Briganti
Storia di Napoli

Briganti nel Napoletano, da Fra Diavolo a Carmine Crocco

Il brigantaggio è comunemente inteso come quel fenomeno che si concentra nel Meridione d’Italia tra la fine del XVIII secolo e i primi anni postunitari. Non è un caso perché in quella fase i briganti non furono solo banditi di strada e tagliagole.

Ebbero un ruolo determinante nei grandi eventi storici di quel periodo. E alcuni di loro sono divenuti famosi e quasi leggendari, nonostante le loro azioni quasi sempre sanguinarie e crudeli, quando non disumane.  

Il fenomeno brigantaggio in Italia non è ristretto a quei 60 anni circa ma  origini assai remote. Nel corso dei secoli ha interessato tutte le aree della penisola con varie forme di banditismo e assumendo in qualche caso connotazioni politiche.

Fra Diavolo e Carmine Crocco sono gli esempi più eclatanti del brigante mezzo delinquente e mezzo condottiero che nel bene e nel male fanno la storia.

La ferocia sanguinaria delle bande brigantesche non potrà mai trovare giustificazioni o attenuanti. Tuttavia, in certe epoche le condizioni di vita possono abbrutire persone che per ottenere giustizia sanno che è inutile ricorrere ai tribunali.

 

I briganti e la disperazione dei contadini

 

Nei primi anni postunitari la stragrande popolazione meridionale lavorava la terra. Ma le condizioni di vita dei i contadini sia economiche che morali erano estreme. Maltrattati dai “padroni” e latifondisti oltre che ridotti alla fame dagli usurai.

Carlo Angelo Bianco, ufficiale sabaudo e affiliato alla Carboneria, scrisse che “In nessun paese l’agricoltore è tanto povero ed infelice quanto in queste contrade del Mezzogiorno. Egli è macilento, lacero, sudicio, sfinito, triste e muto: il suo sguardo torvo vi dice i suoi rancori contro i suoi oppressori”.

Naturalmente questa testimonianza denuncia una enorme ingiustizia sociale ma non giustifica le violenze, gli assassinii e, spesso, le stragi dei briganti.

Il brigantaggio “politico” del periodo fine Settecento alla seconda metà dell’Ottocento si concentra in due fasi. Una relativa agli anni della cosiddetta Repubblica Partenopea nel 1799. L’altra ai primi anni successivi all’Unità d’Italia.

La prima corrisponde alla fuga di Ferdinando IV in Sicilia e alla caduta di Napoli nelle mani dei francesi nonostante la strenua difesa dei lazzari. Quindi la nascita della Repubblica Napolitana sostenuta dalle truppe del generale Championnet.

In quella occasione per la riconquista del trono di Napoli partì dalla Sicilia, con il beneplacito del Re, il cardinale Fabrizio Ruffo. A questa missione prese parte un personaggio molto controverso. Temerario guerrigliero. Fedele al re e spesso mal ricompensato.

 

Fra Diavolo, condottiero di briganti

 

Apprezzato per le sue capacità militari persino dal contrammiraglio Nelson. Una sorta di antieroe mitizzato persino. Ma in effetti era solo un brigante sia pure di notevole statura. Era Michele Arcangelo Pezza più noto come Fra Diavolo.

E le sue “truppe a massa” erano composte essenzialmente da delinquenti, disertori, assassini, criminali di varia natura.  La sua fu una marcia trionfale dalla Calabria alla riconquista di Napoli.

Ma i suoi “guerrieri” non persero occasione per saccheggiare, uccidere e compiere violenze in molti dei villaggi che occuparono. E di questo ha dovuto dar conto alla storia il loro comandante.

L’esercito del cardinale Fabrizio Ruffo era composto per la gran parte da figuri della stessa pasta dei seguaci di Fra Diavolo. Insieme a contadini che intravedevano la possibilità di un riscatto, briganti, galeotti liberati a tale scopo dalle carceri borboniche, banditi e grassatori di ogni risma.

Un’orda a cui il cardinale Ruffo diede l’altisonante appellativo di Esercito della Santa Fede. I Sanfedisti ebbero un certo fascino presso le popolazioni meridionali che odiavano senza mezzi termini i francesi. Il canto dei Sanfedisti è un esempio di questa considerazione.

Fra Diavolo era nato a Itri in provincia di Latina ma che allora era parte del Regno di Napoli. Ancora piccolo era stato colpito da una grave malattia e la madre aveva fatto voto a San Francesco di farlo frate se fosse guarito.

 

Da fra’ Michele Arcangelo a fra’ Diavolo

 

Alla guarigione del bambino la madre assolse al voto limitandosi a vestirlo con un saio. Senza alcuna prospettiva monastica. Ma conciato com’era era ovvio però che in paese i suoi compaesani lo considerassero un fraticello.

Tranne il parroco forse. Infatti, durante i suoi pochi e mediocri studi fatti nella parrocchia del paese, il canonico stanco della sua riottosità gli avrebbe detto: «Ma tu non sei fra’ Michele Arcangelo, sei fra’ Diavolo».

Abbandonati gli “studi” divenne contadino e poi sellaio. Fino a quando uccise il titolare e suo fratello in una rissa.

Finì in carcere nel 1797 ma accettò che la pena gli venisse commutata in 13 anni di servizio militare nelle truppe borboniche.

Benedetto Croce ci descrive un’immagine molto pittoresca di Fra Diavolo trovata sul frontespizio di un libro di Bartolomeo Nardini, che racconta la vita e le imprese del brigante in forma romanzata. “Abito da frate, armato di carabina, pistola, pugnale e accetta”.

 

Fra Diavolo eroe di un romanzo

 

In questo romanzo storico il brigante viene trasformato in eroe calabrese che dopo aver servito fedelmente re Ferdinando viene da questi mal ricompensato e trattato ingiustamente.

Per reazione passa dai sanfedisti ai giacobini. E per conto di questi ritorna in Calabria per fomentare l’insurrezione contro il Re borbone. Ma l’impresa fallisce. Le truppe borboniche sbaragliano le sue bande ed egli finisce impiccato.

Si tratta di pura fantasia del romanziere. Questi fatti non sono mai avvenuti tranne l’epilogo.

Infatti, dopo la vittoria del ’99 contro i giacobini, Fra Diavolo fu tenuto in grande considerazione dal re e dalla regina Maria Carolina.

Anzi, al contrario Ferdinando gli mostrò la sua riconoscenza intervenendo in maniera concreta a suo favore. Infatti, Fra Diavolo dopo aver contribuito alla liberazione di Roma occupata dalle truppe napoleoniche si ritrovò incarcerato a Castel Sant’Angelo. E le sue truppe, si fa per dire, vennero disarmate con un netto taglio sulla paga.

 

La fuga da Castel Sant’Angelo e la ricompensa di Ferdinando IV

 

Dopo due mesi il brigante riuscì a fuggire senza sapere, né lo sapeva il generale Naselli che aveva arrestato, che nel frattempo il re lo aveva nominato colonnello.

Tornato a Napoli quindi e ricevuto da Ferdinando IV raccontò quanto era accaduto e il re ricompensò lui e i suoi uomini per i servigi che gli avevano reso.

Nel 1806 i sovrani dovettero fuggire di nuovo in Sicilia. A Fra Diavolo fu chiesto di ritentare impresa dei Sanfedisti. Organizzò quindi la cosiddetta Legione della Vendetta e fu sbarcato da una nave inglese ad Amantea.

Ottenne lo stesso successo delle bande del cardinale Ruffo e fu nominato anche duca di Cassano ma le città liberate erano state lasciate sole e i francesi avevano ristabilito la situazione precedente.

Fra Diavolo cercò ancora una volta di sconfiggere i francesi radunando circa 500 uomini ma dopo mesi di combattimenti e fughe fu catturato a Baronissi e impiccato a Napoli. In quel tristemente famoso Largo Mercato dove era stato decapitato negli stessi giorni, ma 600 anni prima, Corradino di Svevia. E che per secoli sarà teatro di altre centinaia di esecuzioni.

 

Gaetano Mammone, un mostro assetato di sangue

 

Tra i briganti delle truppe di massa di Fra Diavolo spicca il sanguinario Gaetano Coletta conosciuto come Gaetano Mammone. Mugnaio e brigante privo di scrupoli prima di diventare “generale capo dell’insorgenza di Sora, suo paese natale.

In tale ruolo dimostrò una ferocia inaudita. Uno Stalin in miniatura ma in versione horror. Come nell’URSS di “Baffone” per essere condannati bastava un semplice sospetto. Una delazione e ci si trovava davanti al plotone d’esecuzione per le fucilazioni di massa.

Chi sfuggiva alla fucilazione era destinato ad una morte diversa ma sicura nella cosiddetta “torre di Mammone”. Un edificio dove i condannati venivano ammassati come bestie con probabilità di sopravvivenza quasi nulle.  

 

Scannare per liberare spazi

 

E se gli spazi per ammassare questi disgraziati diventavano insufficienti rimediava Mammone. Come ricorda Carlo De Nicola nel suo Diario, “per sfoltire le celle fece scannare a sangue freddo trenta reclusi”.

Da una testimonianza riportata da Michele Ferri nel suo libro Il brigante Chiavone, furono 360 le vittime gettate nel pozzo del Palazzo del Re, a Sora.

Qualora ce ne fosse bisogno, per comprendere ulteriormente la bestialità di quest’uomo basta citare la sua passione per il sangue umano come bevanda.

Potrebbe sembrare una leggenda ma non lo è. Varie fonti sostengono che bevesse il suo stesso sangue dopo essersi salassato. E cercasse quello di altri salassati che erano con lui.

 

Brindare con un teschio come bicchiere

 

Era ben lieto di pranzare con a tavola qualche testa ancora grondante sangue. Per una bella bevuta alla coppa di cristallo preferiva il cranio umano.

Alcune di queste testimonianze provengono da Alexandre Dumas e Vincenzo Cuoco e potrebbero suscitare qualche dubbio perché avversi ai Borbone e ai loro sostenitori.

Ma Benedetto Croce non aveva niente né contro la monarchia napoletana né contro lo stesso Mammone. Eppure, non può fare a meno di confermare che “avesse usato degli atti di crudeltà contro i giacobini, fino a servirsi in pubblica tavola del teschio loro per bicchiere.”

Alla sua carriera di inaudita brutalità, a cui si aggiunse anche il tradimento per aver collaborato con i francesi, pose fine il generale sanfedista Giambattista Rodio.

Anche se dopo l’arresto riuscì comunque a fuggire insieme a due suoi fratelli. Una fuga durata poco ma sufficiente a commettere tanti nuovi atti di violenza e saccheggio.

Finalmente ripreso, fu rinchiuso, dapprima, nelle segrete del Maschio Angioino, poi nel Castello Aragonese di Ischia.

Ma non era finita. Riuscì ancora a fuggire per l’ultima volta. Fu riacciuffato a Gaeta e tradotto al carcere della Vicaria a Napoli. Condannato a morte pare si sia lasciato morire di fame per evitare l’impiccagione.

Ma secondo altre fonti avrebbe interrotto lo sciopero della fame e sarebbe stato impiccato.

 

Il sadico Palafante e lo ‘sterminatore’ di briganti

 

Altra bella personcina dell’esercito sanfedista fu Paolo Mancuso detto brigante Parafante. Un esempio emblematico del personaggio e della spietatezza la fornisce Salvatore Di Giacomo nella sua Storia sul brigantaggio nel napoletano.

Il brigante avendo saputo che stava partendo da Cosenza un battaglione di soldati del generale Manhès inviò un suo emissario all’ufficiale che lo comandava per invitarlo a non proseguire. Se lo avesse fatto “egli lo avrebbe raggiunto e circondato sulla via che da Cosenza conduce a Rogliano.”

Naturalmente l’ufficiale disse al messaggero di riferire al suo capo che sarebbe stato meglio per lui e i suoi briganti non farsi trovare sulla loro strada.

Ma le minacce di Parafante non si dimostrarono vane. Il battaglione francese fu sbaragliato e venticinque soldati insieme ai luogotenenti Filangieri e Guarasci furono fatti prigionieri.

 

Un crudele gioco da briganti

 

Parafante quindi con l’approvazione dei suoi consiglieri decise che i luogotenenti dovevano morire per mano dei loro stessi soldati. E solo in questo caso avrebbero avuto salva la vita.

Nonostante la sdegnata reazione dei militari, gli ufficiali li convinsero a procedere perché non avrebbe avuto senso morire in ogni caso ma insieme a tutti loro.

Si può immaginare lo sconforto dei soldati costretti ad uccidere i loro ufficiali. Ma non appena i due cadono fucilati dai loro commilitoni, Parafante urla ai suoi briganti:«Ora a quelli altri!». “E in men che si dica i soldati son trucidati. Si dà fiato alle trombe, i briganti saltano sui loro cavalli, spariscono.”

La fine della sua carriera del feroce brigante si concluse il 13 febbraio 1811. Circondato nel bosco del Migliuso fu ucciso. Era insieme a suoi 12 compagni e alla sua donna, l’unica presa viva. Parafante aveva appena anni 28.

Fu uno degli ultimi briganti caduti nella lotta al brigantaggio dello “sterminatore”, com’era soprannominato, il generale Charles Antoine Manhès. Lo stesso a cui aveva ucciso quei soldati in maniera ignobile. E lo stesso che nel giro di sei mesi debellò il brigantaggio nelle provincie meridionali.

 

Carmine Crocco, briganti si nasce

 

Con Carmine Donatelli Crocco si passa al brigantaggio postunitario. Crocco è un personaggio a tratti leggendario anche se la sua storia non è avvolta da nessun mistero.

Nacque a Rionero del Vulture. Nelle sue memorie, stilate quando si trovava nel carcere di Santo Stefano, nell’arcipelago delle Isole Ponziane, racconta di gravi ingiustizie perpetrate da notabili locali nei confronti della sua famiglia.

Sarebbe quindi questa la scintilla che avrebbe generato in lui quello spirito di rivolta capace di trasformarlo in brigante. Perché era l’unico modo che aveva lui, e quelli come lui, per combattere gli abusi di cui era vittima la sua gente.

In effetti, nel suo caso, queste considerazioni furono ritenute poco credibili ma inventate per migliorare la sua figura e giustificare le sue malefatte.

Al contrario erano vere le ingiustizie e gli abusi commessi dai “signori” a danno dei contadini e della parte più debole del popolo.

Carmine Crocco fu il brigante per eccellenza. Lo dimostra l’attenzione che il mondo della cultura ha avuto per lui. Film, documentari, romanzi, musica, un museo e persino due elettrotreni della Ferrovia Circumetnea.

 

Dall’amistia all’aggravamento della pena

 

Una grave ingiustizia però in effetti la subì. Evaso dal carcere dove era rinchiuso per omicidio seppe che sarebbe stata concessa la grazia a tutti i disertori che si sarebbero uniti a Garibaldi contro i Borboni.

Crocco volle cogliere l’occasione e com’era suo costume si comportò con grande lealtà seguendo i Mille fino all’ingresso in Napoli.

Come sottufficiale si distinse per il suo impegno e il suo coraggio nelle battaglie di Santa Maria Capua Vetere e del Volturno.

Dopo la vittoria tornò a casa convinto che per la fedeltà con cui aveva servito la causa avrebbe ottenuto quanto promesso. Lo stesso governatore Giacinto Albini gli assicurò che l’amnistia sarebbe stata concessa.

Invece non ricevette la grazia e perdipiù fu emesso un mandato d’arresto nei suoi confronti con pena aggravata per fatti compiuti prima dei moti risorgimentali. Cercò di scappare ma ormai era troppo tardi e si ritrovò ancora in carcere.

Intanto nel Meridione il malcontento popolare cresceva per il peggioramento delle condizioni socioeconomiche conseguenti all’invasione dei Piemontesi, perché come tale era percepita.

C’era una situazione esplosiva e serviva un capo per guidare la ribellione. Le più influenti famiglie filoborboniche individuarono in Carmine Crocco quel capo e lo fecero evadere.

Con il sostegno anche del clero, Crocco radunò un esercitò di duemila uomini. Composto perlopiù da materiale umano simile quello sanfedista. Diseredati, delusi dalla nuova realtà, ex militari, disertori, briganti e tanti delinquenti.

 

Il feroce Ninco Nanco e il rinnegato Giuseppe Caruso

 

Per la sua impresa Crocco poté contare su luogotenenti oltremodo crudeli. Primo fra tutti il fedelissimo Ninco Nanco, al secolo Giuseppe Nicola Summa di Avigliano. La sua ferocia fu pari solo alle straordinarie doti di guerrigliero che gli furono riconosciute anche dai nemici.

La cultura postuma ha trasformato Ninco Nanco in brigante generoso ed eroico da contrapporre alla brutalità dell’esercito sabaudo nella repressione delle rivolte nel Sud Italia.

Giuseppe Caruso detto Zi Beppe, si distinse per la spietatezza e per il tradimento che portò alla distruzione della banda e all’arresto di Carmine Crocco.

Tra gli altri luogotenenti c’erano anche Teodoro Gioseffi, soprannominato Caporal Teodoro e GiovanniCoppaFortunato.

 

Briganti con triste fama e qualità da strateghi

 

Crocco iniziò una marcia trionfale spesso sanguinaria in molte aree del Sud. Nel Meridione d’Italia tenne sotto scacco l’esercito sabaudo per lunghi tratti dal 1860 al 25 agosto del 1864. In tale data fu catturato dalle truppe del generale Pallavicini grazie al tradimento del suo luogotenente Giuseppe Caruso.

Tuttavia, il generale volle riconoscere a lui e a Ninco Nanco vere qualità militari e abilità di guerriglia. Questo nonostante la “triste rinomanza” che si erano guadagnati come capi di briganti.

Però tutti riconoscimenti non possono nascondere i crimini per i quali fu condannato. 67 omicidi, 7 tentati omicidi, 4 attentati all’ordine pubblico, 5 ribellioni, 20 estorsioni, 15 incendi di case e di biche con un danno economico di oltre 1.200.000 lire.

Dopo 3 mesi di dibattimento il Tribunale aggiunse anche formazione di banda armata, grassazione, sequestro di persona, ribellione contro la forza pubblica. E lo condannò a morte.

Pena che gli fu commutata, senza alcuna motivazione, ai lavori forzati. L’ipotesi più accreditata è quella di una questione di principio del governo italiano nei confronti della Francia.

 

Carmine Crocco detenuto modello

 

Crocco anche durante il lungo periodo della detenzione riuscì a sorprendere per la sua personalità. Il dottor Penta, psichiatra e criminologo di scuola lombrosiana ebbe modo di incontrarlo per diversi mesi nel carcere di Santo Stefano. Discorrendo un giorno con Salvatore Di Giacomo gli tratteggiò la vita dell’ex brigante durante la detenzione.

Ricordo d’aver guardato ne’ registri di quel Bagno Penale e d’avervi letto, a proposito di lui, ch’egli era stato condannato alla galera a vita per non meno di settantaquattro reati, tra omicidii, grassazioni, ricatti et similia.”

Eppure con questi precedenti sin dall’arrivo quest’uomo era stato un detenuto modello come gli raccontavano i secondini.

Egli come si vide nella sua cella, segnò sulla bianca parete una croce nera. La poneva lì come per simbolo del suo passato, intendendo che si dovesse ritenere addirittura sepolto e obliato. E mutò vita, difatti.”

 

Pentito di tutto ma se avesse avuto tra le mani Caruso…

 

Era rispettoso, servizievole e spesso faceva da paciere tra gli altri detenuti. Non potendo fare lavori all’esterno delle mura del carcere riusciva a rendersi utile ugualmente, anche come infermiere. 

Se ne restava al Bagno a far la calza, e ne faceva di eccellenti, con una grande tranquillità e accontentandosi del compenso modesto che gli poteva offrire il regolamento economico di quel triste luogo”.

Intelligente?

— “Sì, abbastanza. D’una non ricca intelligenza, ma chiara, ordinata, sicura. Sapeva leggere e scrivere e componeva anche versi. Mi scrisse anzi tutta la sua storia: un documento prezioso per me, che poi, non so come, andò disperso”.

E s’era pentito? Si mostrava pentito del mal fatto?

— “Almeno così diceva. Si ricordava commosso, e devo credere, non solo in apparenza, de’ suoi genitori, degli amici, de’ compagni, alcuni de’ quali lodava per il loro coraggio. Ma bisognava sentirlo parlare del Caruso, del brigante ch’era stato suo fidatissimo e che appresso lo aveva non pur tradito ma rincorso pe’ boschi e per le montagne come una belva stanata! Allora gli occhi gli lampeggiavano, i suoi pugni stretti e levati minacciavano, tutta la sua persona fremeva. Parola d’onore, non avrei voluto esser Caruso in quel punto!

 

 

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