Palazzo Donn'Anna
Cultura

Palazzo Donn’Anna, storia e leggenda di una principessa

La leggenda di Palazzo Donn’Anna ha per protagoniste due donne. La principessa di Stigliano Anna Carafa e la nipote Mercedes de la Torre.

Eppure, molto spesso, erroneamente si ritiene che questa leggenda sia ispirata dalle “gesta” della regina di Napoli, Giovanna II d’Angiò, nota per i suoi eccessi lussuriosi.

Secondo una credenza popolare, la regina era solita scegliere tra i pescatori di Santa Lucia quelli più belli e aitanti da “usare” nella sua alcova di Palazzo Donn’Anna.

Non sarebbe da meravigliarsi se questi poveretti, ignari del loro destino, si sentissero onorati e lusingati dalle attenzioni della sovrana.

Che tra l’altro, da quanto si può desumere dai dipinti che la ritraggono era anche una bella donna. E poi era sicuramente una maestra nell’Ars amatoria.

 

Il sistema della Mantide religiosa

 

Quindi, una magnifica esperienza. Se non fosse che la regina tra i tanti vizietti avesse quello tipico della Mantide religiosa, cioè ammazzare l’amante dopo l’accoppiamento.

Giovanna non li uccideva personalmente in maniera cruenta ma li faceva gettare in un pozzo profondo attraverso una botola. O secondo alcuni dalle finestre facendoli schiantare sugli scogli sottostanti.

Ma si tratta di sfumature perché il risultato era lo stesso. Per cui si racconta che di notte, dai sotterranei del castello provenissero i lamenti di questi sventurati amanti.

Tuttavia, questa abitudine della regina Giovanna di utilizzare una botola per liberarsi degli amanti occasionali, si ritrova anche in un’altra leggenda.

I malcapitati venivano scaraventati in fondo a un pozzo del Maschio Angioino e trovavano ad aspettarli dei mostruosi coccodrilli.

 

Gli spettri nel destino di Palazzo Donn’Anna

 

Insomma, antiche credenze popolari che hanno però un peccato originale. La focosa sovrana si sarà anche guadagnate sul campo le medaglie che l’hanno mitizzata, ma sicuramente questo campo non era Palazzo Donn’Anna.

Infatti, Giovanna è morta nel 1435. La costruzione del Palazzo è iniziata nel 1642.

La vera protagonista fu quindi colei che fortemente volle quell’edificio: la principessa di Stigliano Anna Carafa, viceregina di Napoli. Donna dotata di grande bellezza ed enormi ricchezze. Ambiziosa, spregiudicata e crudele.

Per potersi fregiare di quel titolo di viceregina accettò la proposta del re di Spagna Filippo IV di sposare Ramiro Núñez de Guzmán, duca di Medina, nominato a coronamento dell’accordo nuziale Viceré di Napoli.

Il matrimonio fu celebrato nel 1636 a Palazzo Cellammare di Chiaia. Per una serie di obblighi procedurali il duca poté entrare nel pieno dei suoi poteri solo a distanza di un anno e vi restò fino al 1644.

 

La principessa di Stigliano pretende Palazzo Donn’Anna

 

Nel 1642, la principessa pretese la costruzione di un palazzo che con la sua magnificenza fosse il ritratto di colei che l’aveva voluto. Del progetto fu incaricato il più famoso architetto dell’epoca: Cosimo Fanzago.

La costruzione che si presentava molto problematica, per la sua ubicazione sul mare, fu realizzata abbattendo la preesistente Villa Sirena. E per ridurre i tempi Fanzago dovette impiegare ben 400 operai, che dovettero lavorare a tappe forzate.

L’edificio prese inizialmente il nome di Palazzo Medina, poi divenne Palazzo Donn’Anna. Un magnifico esempio di arte barocca napoletana.

Si ritiene che il fulcro dell’edificio fosse il teatro e che l’intero complesso fosse stato proprio realizzato in funzione dell’attività teatrale.

Ovviamente era anche una sede di rappresentanza dove ospitare, nello splendore dei suoi saloni i membri delle più grandi famiglie dell’aristocrazia italiana e spagnola.

 

Il dramma teatrale diventa reale

 

Tuttavia, è proprio in conseguenza di uno spettacolo teatrale che si consumò il dramma da cui nasce la leggenda.

Secondo la moda dell’epoca, di derivazione francese, la recitazione non era affidata ad attori ma a nobili.

La duchessa di Medina avversava tutto quello che proveniva dalla Francia, quindi detestava anche questa novità, ma non volendo venir meno alle aspettative dei suoi ospiti, si adeguò.

Tra i protagonisti di una di queste pièce c’erano donna Mercedes de la Torre e Gaetano di Casapesenna. Mercedes, nipote di Anna Carafa, viene descritta da Matilde Serao, nelle Leggende napoletane, come “giovane, bruna, dai grandi occhi lionati, dai neri capelli, le cui trecce formavano un elmo sul capo, era una spagnola vera”.

Gaetano di Casapesenna era innamorato di questa ragazza e ne era ricambiato, ma purtroppo era ambito anche dalla viceregina, di cui era stato amante.

 

Il bacio provocatorio della bella spagnola

 

Nella commedia i due interpretavano un cavaliere e la sua schiava, Mirza. Si attennero fedelmente al copione fino al “momento culminante della scena travolgente” quando si lasciarono andare platealmente.

E si scambiarono un bacio tanto lungo e realistico che il pubblico scoppiò in un lungo applauso. Mentre la principessa si infiammò, sia per la gelosia che per la palese provocazione.

Di sicuro quella ostentazione suonò come una sfida e non favori la distensione dei rapporti tra zia e nipote, già tesissimi sull’argomento. Tra le due iniziò una guerra che si concluse con l’improvvisa sparizione di Donna Mercedes.

 

I fantasmi di Palazzo Donn’Anna

 

La viceregina disse che la nipote aveva avuto un’improvvisa crisi mistica e si era ritirata in un convento di clausura.

Però nessuno era al corrente di questa improvvisa vocazione, e tanto meno del monastero dove si era ritirata. Si ignorava quale fosse e dove si trovasse.

Il cavaliere di Casapesenna si prodigò con tutte le sue forze per cercarla in ogni luogo possibile dell’intero continente europeo. Ma invano.

In realtà si suppone che non avrebbe mai potuto trovarla, perché Mercedes non aveva mai lasciato il palazzo. Era stata rinchiusa in qualche stanza segreta. Se non addirittura murata viva.

Secondo la leggenda il fantasma di una delle due donne si aggira di notte nei sotterranei di Palazzo Donn’Anna. Quello della povera Donna Mercedes? O quello della spietata principessa?

 

Il crollo delle ambizioni

 

Intanto la duchessa Carafa proseguiva nella sua fastosa vita di viceregina. Mentre il marito, durante gli anni del suo vicereame riuscì a farsi odiare da tutti i suoi sudditi, nobili e popolani.

Ai primi per le continue richieste di donazioni. Agli altri per il costante incremento di nuove tasse, gabelle e dazi. In aggiunta a quelle esistenti.

Imposte sulle sete e molti generi di prima necessità: sale, olio, frumento, carne e salumi. Senza tralasciare quelle sull’oro, sull’argento e su ogni tipo di contratto. E quando non gli restò più niente da tassare istituì anche la carta bollata.

Comunque, va anche detto, a sua parziale discolpa, che de Guzman era costretto a queste continue vessazioni, anche per le esorbitanti richieste economiche di Filippo IV per spese belliche ed espansionistiche.

 

Ramiro de Guzmán finisce sott’accusa

 

In ogni caso, alla fine, a torto o a ragione, a farne le spese fu lo stesso Ramiro de Guzmán, che al viceré de Cabrera che veniva a sostituirlo, non poté giustificare il patrimonio reale completamente alienato.

A Juan Alfonso de Cabrera, non restò che mettere al corrente della situazione il re, e avviare le procedure per il recupero dei debiti.

Impresa praticamente impossibile. come dimostrò il sempre maggiore impoverimento e la rabbia crescente della plebe, che dopo tre anni sfociò nella rivolta di Masaniello.

Il duca di Medina dovette ritornare in Spagna per rendere conto a Filippo IV del suo malgoverno.

E per la principessa Carafa fu un colpo mortale. Nell’orgoglio e nel patrimonio. L’onore del marito era compromesso. Mentre gli averi che l’avevano resa una delle donne più ambite dell’epoca, in buona parte servirono per pagare i creditori.

Tutti i nobili che fino a quel momento l’avevano ammirata e riverita, anche se di fatto odiata, un po’ come tutti, immediatamente gli voltarono le spalle.

 

Con la morte della principessa Palazzo Donn’Anna resta incompiuto

 

Cercò di guadagnare punti con l’impegno sociale prestando, insieme alla madre, la propria opera a favore dei malati dell’ospedale Incurabili, famoso per la straordinaria Farmacia storica.

Ma nessuno credette alla sua “redenzione” e in ogni caso era troppo forte il rancore per le malefatte del marito.

I lavori di quella che doveva essere la reggia di Posillipo furono abbandonati. E l’altera duchessa di Medina si ritrovò sola e abbandonata nel suo magnifico Palazzo Donn’Anna. Fino ad essere sopraffatta dalla nostalgia e ammalarsi.

Era anche incinta e moralmente, oltre che fisicamente distrutta quando decise di trasferirsi a Portici, in quel Palazzo De Mari, dove era nata. Qui abortì e morì, forse per le complicazioni che ne seguirono. Aveva appena 38 anni.

 

La vendetta della storia, o meglio di qualche storico

 

Molte delle sue azioni sono state talmente crudeli da renderla esecrabile anche a qualche storico che l’ha fatta morire di tifo petecchiale o coperta di pidocchi, che non è la stessa cosa.

Inoltre, secondo questi “storici” si sarebbe trasferita a Portici, ma a Villa Bianca. In questa residenza sarebbe morta in solitudine e rimasta insepolta, fino a quando alcuni frati mossi dalla pietà l’avrebbero tumulata nel giardino.

È tutto falso! La potente principessa, per quanto in disgrazia si ritirò nella dimora di famiglia, quindi, non era assolutamente sola e abbandonata. Il viceré Alfonso de Cabrera però negò il trasporto della salma a Napoli. Per cui dovette essere sepolta a Resina nella chiesa agostiniana di Santa Maria della Consolazione. Nota anche come la chiesa dei signori, perché abitualmente frequentata dall’aristocrazia napoletana della zona.

Solo, in seguito, fu possibile traslare il corpo nella cappella gentilizia di famiglia presso la Basilica di San Domenico Maggiore a Napoli, dove attualmente riposa.

 

Tifo, petecchie e pidocchi

 

È doveroso un piccolo appunto sulla presunta morte indecorosa che qualcuno le ha fatto fare. Coperta di pidocchi e ridotta come una barbona, abbiamo visto che è una grossa sciocchezza perché viveva nella sua dimora principesca.

Però, quella che sembra essere una stupidità assoluta è la morte per cosiddetto tifo petecchiale.

La duchessa non viveva in trincea né in carcere né in un ospedale fatiscente, e tanto meno in un campo di concentramento.

Cioè in una delle comunità dove abitualmente si sviluppavano queste epidemie. E le “petecchie” non sono i pidocchi ma delle eruzioni cutanee.  

 

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