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Le origini del Calcio Napoli, Ascarelli e Sallustro

Il 25 agosto del 1926 e non il 1° agosto come vuole la tradizione, grazie alla passione e alla prudenza “politica” del presidente Giorgio Ascarelli nacque l’Associazione Calcio Napoli. Era il giusto coronamento di un sogno coltivato per lunghi e difficili anni.

Infatti la storia calcistica di Napoli era cominciata nel lontano 1904 quando James Poths, un inglese impiegato presso una agenzia marittima a Napoli e l’ingegnere Emilio Arata, fondarono la Naplel Foot-Ball & Cricket Club.

E a distanza di due anni la trasformarono in una società esclusivamente calcistica il Naples Foot-Ball Club. La nuova compagine si fece onore da subito. In una partita memorabile, che tuttora viene ricordata, riuscì a battere per 3 a 2 i marinai inglesi della Arabik, che solo pochi giorni prima avevano sconfitto per 3 a 0 il fortissimo Genoa, campione d’Italia.

Nel periodo precedente la Prima Guerra Mondiale, la squadra più forte del torneo regionale era un’altra squadra napoletana, l’Internazionale. Il Naples riuscì a conquistare il suo primo titolo nel 1913 mentre l’Internazionale aveva già vinto quello del 1912 e successivamente quello del 1914 e 1915.

Poi il conflitto mondiale costrinse a porre l’attenzione su ben altri problemi e i campionati subirono un’interruzione.

 

Il calcio a Napoli dopo la Grande Guerra

 

Nell’immediato dopoguerra la passione calcistica riprese più forte di prima. La sola città di Napoli contava ben 5 squadre iscritte nella Prima Divisione del Campionato regionale. Erano, oltre al Naples e all’Internazionale, la Bagnolese, la Pro Napoli e la Puteolana.

Le prime due erano dominatrici assolute del Torneo regionale. Almeno fino a quando, negli anni successivi, cominciarono a venire fuori dalla provincia delle realtà di tutto rispetto, prima fra tutte il Savoia di Torre Annunziata.

Tuttavia si trattava ancora di un calcio pionieristico basato sull’entusiasmo e la passione dei giocatori e dei dirigenti. Dilettanti puri che non avevano bisogno di guadagnare, anzi pagavano tutto di tasca propria.

Ma negli anni ci fu un salto di qualità e le società dovettero arrendersi all’evidenza dei fatti: la sola passione o i sacrifici personali non erano più sufficienti. Servivano maggiori risorse economiche e un rafforzamento delle strutture societarie e delle squadre stesse.

I due “top club” napoletani erano acerrimi nemici ma viaggiavano entrambi in cattive acque sotto il profilo finanziario. Erano allo stremo. Sfrattate dal campo furono costrette a giocare nella Villa comunale.

 

La fusione tra il Naples e l’Internazionale

 

Il presidente dell’Internazionale Emilio Reale fu il primo a rendersi conto che senza unire le forze le due società sarebbero fallite entrambe.

Grazie alle sue capacità diplomatiche riuscì a mettere d’accordo le due riottose delegazioni capeggiate da Gaetano Del Pezzo e Hans Jenni.

Era l’ottobre del 1922 e dalla fusione tra l’Internazionale il Naples nacque l’Internaples Foot-ball Club, casacca blu mare con risvolti celesti. I colori del Naples e la tinta unita dell’Internazionale.

La nuova compagine vivacchiò fino al 1925 quando Emilio Reale cedette le redini della presidenza al giovane titolare di una grande industria tessile Giorgio Ascarelli. Ricco di entusiasmo ma anche di moneta, quello di cui aveva più bisogno l’Internaples.

Moneta che Ascarelli non lesinò mai quando si trattò di far crescere la sua squadra.

Giorgio Ascarelli è stato il più grande predidente del Napoli? Esprimere valori assoluti è sempre difficile. Però , quanti hanno fatto quello che ha fatto lui? Lo ha fondato e lo ha sostenuto, tutto a sue spese senza aspirare ad alcun utile, se non al successo della sua creatura.

 

Ascarelli fa costruire a sue spese lo stadio del Napoli

 

A sue spese fece costruire, nelle adiacenze della stazione centrale, anche uno stadio di 20mila posti per il Napoli: il Vesuvio. L’unico stadio che il Napoli abbia mai avuto finora.

Il presidente morì dopo nemmeno un mese dall’inaugurazione dello stadio che a furor di popolo fu ribattezzato Stadio Ascarelli.

Purtroppo Mussolini per non offendere la suscettibilità di Hitler, che con la sua Germania doveva giocare una partita dei mondiali del 1934 in quello stadio, lo fece rinominare Partenopeo.

Anche se per i napoletani quello rimase sempre lo Stadio Ascarelli.

Adesso però i tempi eroici sono cambiati e presidenti non faranno più nulla senza considerarne il ritorno economico o in qualsiasi altra forma.

Il neo presidente, comunque, non tradì le aspettative. Insieme alla disponibilità delle sue risorse personali fece in modo da coinvolgere anche le numerose e autorevoli amicizie su cui poteva contare. Tra queste il generale Alberico Albricci che trasformò uno spazio comunale utilizzato dai militari in campo di calcio.

Una vera manna dal cielo per l’Internaples che non riusciva più a sostenere le esose richieste per il fitto del campo del poligono di Agnano.

Con una sorta di colpo di mano Ascarelli riuscì ad “occupare” lo stadio dell’Arenaccia e a farne la casa del Napoli per i primi tre anni della sua storia.

Tre anni di difficile convivenza con i militari e feroci contrasti con il Comune.

 

I primi segnali di professionismo nel calcio

 

Intanto una nuova tegola stava per colpire le società calcistiche: il professionismo.

Il calcio crescendo in popolarità attirava un numero sempre crescente di appassionati. Le tifoserie cominciavano a diventare più numerose ed esigenti.

Le squadre che volevano consolidare le proprie ambizioni dovevano acquistare e retribuire adeguatamente giocatori e tecnici.

Non più una scelta ma una necessità. I pionieri del calcio appartenevano alle classi più ricche della società. Adesso il mondo del calcio era cambiato: non era più uno sport di élite.

Il calcio era diventato uno sport popolare e i giocatori non erano tutti benestanti. Dovevano quindi essere messi in condizione di potersi dedicare a tempo pieno alla squadra. In altre parole dovevano essere stipendiati.

Per il presidente Ascarelli questo non era un problema. Aveva un solo obiettivo: costruire una squadra vincente. Cominciò ingaggiando uno dei migliori allenatori dell’epoca, Carlo Carcano, che con lui portò il suo pupillo Giovanni Ferrari, giovanissimo ma già più che una promessa del calcio italiano.

Ferrari formò con Ghisi una straordinaria coppia d’attacco. Due napoletani doc sulle ali: Fiorini e Sacchi. E quindi la punta di diamante della squadra, il centravanti Attila Sallustro, paraguayano di Asunciòn.

 

Attila Sallustro, primo idolo dei tifosi del Napoli 

 

La sua carriera calcistica fu quasi esclusivamente napoletana. Dal 1920 al 1937.

Cinque anni nelle giovanili, uno nell’Internaples e undici nel Napoli. Nelle 12 stagioni nella massima serie segnò 106 reti. Un record superato finora solo da Maradona e recentemente da Mertens e Hamsik.

Era dotato di uno scatto bruciante per cui fu soprannominato dai tifosi il “veltro“, una sorta di levriero medievale citato da Dante nella Divina commedia.

Sallustro è stato il primo idolo dei tifosi napoletani paragonabile per affetto solo al Pibe de oro

Eppure Sallustro rimase un dilettante fino al 1932, nel senso che per quasi otto anni non percepì nemmeno una lira né di stipendio né di rimborso spese.

Solo nel 1932 ricevette il primo stipendio di 900 lire, aumentate a 3000 lire negli ultimi quattro anni da capitano. Comunque è inutile cercare motivazioni eroiche per questo comportamento.

Fu soltanto il figlio di un uomo d’altri tempi che lo obbligò a rifiutare compensi perché sarebbe stato indecoroso ricevere soldi per praticare uno sport.

Con quello a cui assistiamo oggi sembra un film fantasy! Ma è possibile immaginare cosa pretenderebbe di spremere oggi il familiare di un giocatore del valore di Attila Sallustro? Altro che Wanda Nara!

 

Una vittima di fantozziana memoria

 

Un aneddoto divertente, ma non troppo per la vittima, riguarda le modeste qualità automobilistiche del fuoriclasse. Un suo facoltoso ammiratore, sull’onda di una travolgente vittoria fuori casa, gli regalo una Balilla 521. Ma mentre cercava di prendere confidenza con il nuovo potente “giocattolo”, a via Roma investì un pedone.

La vittima, riconosciutolo e mortificato, alla maniera di Fantozzi, disse: «Scusate tanto, è colpa mia. Voi potete fare tutto quello che volete!».

Comunque gli sforzi di Ascarelli quell’anno furono “quasi” tutti ben ripagati. La squadra si rivelò fortissima e vinse a mani basse il torneo regionale mettendo a segno ben 60 reti in 8 partite tutte vinte.

 Non restava che battere l’Alba di Roma per conquistare il titolo di campione del Centrosud. La squadra aveva tutte le carte in regola per riuscirci ma accadde quello che anche nell’era De Laurentis è successo con più di un allenatore.

Nel momento cruciale della stagione Carlo Carcano cominciò a manifestare senza mezzi termini il suo desiderio di andare via.

Disse di rimanere soltanto per restare vicino alla squadra per lo spareggio.

Una presenza inutile per sostenere una squadra da lui stesso abbandonata e con il morale sotto i piedi.

 

La catastrofica débâcle nella fossa dei leoni

 

Ma questo si rivelò ben presto l’ultimo dei problemi il clima che accolse la squadra al suo ingresso in campo fu da incubo.

A Roma il pubblico non era “caldo” ma con il sangue agli occhi, e cercò in tutti i modi di intimorire i giocatori partenopei. Come aveva già fatto prima e avrebbe fatto dopo la partita.

La débâcle fu inevitabile e rovinosa. Finì 6 a 1 con un lancio di pomodori conclusivo sui giocatori dell’Internaples che probabilmente avranno ricordato quel finale per il resto della loro vita.

I partenopei a Napoli non riuscirono in quella che oggi viene definita “remuntada”. La partita finì 1 a 1 e con essa anche i sogni di gloria dell’Internaples.

Quelli che invece non si fermarono, e avrebbero dovuto, furono i tifosi che non vollero essere da meno ai loro omologhi romani e con a loro follia riuscirono ad ottenere sul campo la squalifica dello stadio dell’Arenaccia.

Quel fallimento fu un duro colpo per le ambizioni della società e un freno per le prospettive future.

Nei campionati 1922-23 e 1923-24 l’Internaples fu eliminato nelle semifinali della Lega Sud. Nel 1924-25 venne eliminato già nel girone campano.

Il castello così amorevolmente costruito da Giorgio Ascarelli si stava frantumando. E probabilmente sarebbe crollato se non fosse intervenuto un fatto nuovo.

 

La Divisione Nazionale e Ascarelli salvano l’Internaples

 

Il regime fascista allo scopo “formale” di riunire maggiormente il Paese decise di istituire una Divisione Nazionale corrispondente all’attuale serie A. In concreto però le squadre ammesse per il Centrosud erano solo tre su 20. La competizione prevedeva 2 gironi di 10 squadre.

Nel campionato 1926-27, primo con la nuova formula le tre centromeridionali erano l’Alba Audace e la Fortitudo di Roma e grazie al vulcanico Ascarelli, l’Internaples.

Un successo che determinò il riaccendersi degli entusiasmi intorno alla squadra entrata ormai tra le big del calcio nazionale.

Il presidente si preoccupò di rinforzare la squadra ma anche di non accentuare la scarsa simpatia che avevano i fascisti nei suoi confronti in quanto ebreo.

 

Giorgio Ascarelli fonda l’Associazione Calcio Napoli

 

È nota l’avversione dei fascisti per gli anglicismi ma in quegli anni stava crescendo la sindrome dell’italianizzazione.

Nel caso dell’Internaples il problema era duplice perché a quel Naples anglofono si aggiungeva quell’Internazionale che richiamava il comunismo.

Infatti, per lo stesso motivo, l’Internazionale di Milano fu costretto a trasformarsi in Ambrosiana

Per evitare di impelagarsi in stupide contrapposizioni politiche, Ascarelli convocò, il 25 agosto del 1926, l’assemblea dei soci al Ristorante D’Angelo e tra un bicchiere e l’altro l’Internaples si trasformò nell’Associazione Calcio Napoli.

E si partì per l’avventura nazionale. Una partenza che peggiore non poteva essere. Nel torneo 1926-27 il Napoli perse tutte le partite tranne una pareggiata col Brescia. Subì una valanga di reti (61) segnandone solo 7.

Inter e Juventus tra andata e ritorno gli rifilarono rispettivamente 12 e 11 reti.

Se consolazione possa essere considerata: anche le due quadre romane non fecero molto di più. L’Alba Audace finì penultima nel girone A, davanti al Napoli, ma con 12 punti.

La Fortitudo Pro Roma ultima nel girone B con 5 punti.

Tuttavia, ironia della sorte, le due romane retrocessero mentre il Napoli fu ripescato per “motivi geografici”. Cioè, in quel momento, nonostante la loro pochezza, gli azzurri erano considerati i più autorevoli rappresentanti del Sud.

 

Da cavallino rampante a simpatico ciuccio incerottato

 

Il Napoli aveva scelto come stemma societario il cavallino rampante su un pallone di calcio, dentro un ovale azzurro. Un richiamo allo stemma del Regno di Napoli.

Tuttavia questo Napoli di così imperioso e rampante aveva poco e lo sapevano bene anche i tifosi dopo queste ripetute batoste. Le tifoserie si sa si esaltano e si deprimono con una certa facilità.

Ma in questo caso i motivi di irritazione erano ben fondati. E le discussioni tra i tifosi erano molto accese. Come quella del bar Brasiliano nella Galleria Umberto I durante la quale una voce roca, quella di Raffaele Riano, si sovrappose alle altre  ed emise l’amara sentenza: «Ma quale cavallo rampante? ’Sta squadra nostra me pare ’o ciuccio ’e Fichella. Trentatré piaghe e ’a coda fradicia».

La battuta suscitò l’ilarità generale ma probabilmente sarebbe rimasta una battuta nell’ambito di una discussione tra tifosi. E agli azzurri sarebbe rimasto il pimpante cavallino.

Ma ci mise la coda non “fracida” un giornale umoristico “Vaco ’e pressa” che tramutò la battuta in vignetta: un ciuccio incerottato con una coda meschina.

Il malconcio “ciucciariello” suscitò molta simpatia e venne accettato a furor di popolo come mascotte del Napoli.

Una scelta che forse aveva anche motivi scaramantici. Infatti quel cavallino rampante, così maestoso, non aveva portato fortuna, tutt’altro. Forse era stato un caso ma perché rischiare ancora?

I tifosi preferirono affidarsi al quadrupede meno nobile ma più resistente con la famosa frase: «Ciuccio, fa tu!».

     

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