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Storia di Napoli

Colera, terremoto, coronavirus: Napoli da paura

Dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi Napoli ha vissuto tre grandi emergenze: nel 1973 il colera, nel 1980 il terremoto, attualmente l’epidemia di coronavirus.

Tutti momenti drammatici ma percepiti in maniera molto differente dalla popolazione. Il colera, quando divenne una certezza, generò il panico perché il pensiero richiamava paure ataviche. Come le grandi epidemie dei secoli scorsi con migliaia di morti.

Il terremoto dell’Irpinia fu un incubo. Un ricordo indelebile la terrificante la scossa delle 19:34 di quel 23 novembre 1980. Novanta interminabili secondi durante i quali, tra oggetti che rotolavano e squarci che si aprivano nelle pareti, ci fu tanto tempo per ripetersi impietriti: «Adesso morirò!».

Quest’anno cade il cinquantesimo anniversario di quella immane tragedia. In un minuto e mezzo furono rasi al suolo interi paesi. Si contarono quasi tremila morti, oltre novemila feriti, 280mila sfollati, 360mila case distrutte o danneggiate.

 

Terremoto catastrofico, stato inefficiente e soccorsi tardivi

 

Alcuni paesi, in particolare dell’Irpinia e della Lucania, furono irraggiungibili a lungo. Ed erano proprio quelli in cui bisognava arrivare presto perché c’era da tirare fuori la gente che era sotto le macerie. Invece lo Stato si dimostrò inefficiente dinanzi a quel disastro.

I soccorsi furono tardivi e insufficienti. Gli unici a lottare senza tregua per aiutare le popolazioni furono i volontari.

A testimoniare questi colpevoli ritardi resta la prima pagina del Mattino di Napoli del 24 novembre 1980. È diventata storica con il suo titolo strillato a caratteri cubitali: FATE PRESTO. “Per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla“.

 

La violenza del terremoto e la colpa dei palazzinari

 

A Napoli crollò un intero palazzo di nove piani, in via della Stadera, causando la morte di 53 persone. I soccorritori dissero che sembrava come accartocciato su se stesso. E diventò per tutti la “Torre della morte”.

Il palazzo dei primi anni Cinquanta era stato costruito, come dimostrarono le inchieste, con cemento di scarsa qualità. Ma non solo. Nella muratura c’erano trucioli di legno e carta. Nelle travature materiali di risulta. Gravi difetti strutturali anche nel concatenamento dei pilastri. Ma il vero shock fu scoprire che il palazzo, alto quarantaquattro metri, poggiava su un basamento posto ad una profondità di appena cinque metri.

Dopo quindici anni, il costruttore Carlo Angelino e quattro suoi collaboratori furono condannati per omicidio colposo plurimo. Ma nessuno ha scontato la pena nelle patrie galere.

 

Tutti nelle strade ma privi di notizie

 

Allora non c’erano i cellulari, non c’era internet ne Facebook per cui non si aveva alcuna idea su quello che era successo e stava succedendo aldilà della marea umana in cui ci si trovava immersi.

Bastava guardarsi intorno per rendersi conto che era una catastrofe ma non era possibile intuirne le dimensioni e ci si disperava anche per l’impossibilità di avere notizie dei propri familiari.

Si poteva comunicare solo attraverso i telefoni fissi. Ma tutte le linee erano saltate. Senza contare che, a meno che non si trovassero in altre parti d’Italia, alla telefonata non avrebbe risposto nessuno perché tutti si erano precipitati nelle strade.

 

Pronti per la guerra nucleare, indifesi contro i virus

 

Al’angoscia del Coronavirus la stiamo vivendo. Crea un clima surreale. Non tanto per le immagini spettrali delle città o per l’isolamento nelle nostre case a cui ci costringe, quanto per la caduta di tante certezze.

Eravamo convinti che una calamità di queste dimensioni fosse possibile solo nel catastrofismo di film del genere.

Invece questo evento sta dimostrando che l’umanità ha raggiunto livelli tecnologici inimmaginabili. In primo luogo, nella costruzione di armi sempre più micidiali. Ma non ha trovato un’arma capace di difenderla da un “banale” virus.

Infatti proprio in quest’occasione sono diventate profetiche le parole pronunciate da Bill Gates nel 2015. Il fondatore della Microsoft partendo dall’esperienza dell’Ebola espresse la sua convinzione che ad “uccidere nei prossimi anni dieci milioni di persone non sarà una guerra ma un virus, un’epidemia“.

Il magnate americano suggerì di concentrarsi sulla pianificazione degli scenari futuri e dare spazio a tutte le idee valide per la ricerca sui vaccini e per la formazione degli operatori sanitari.

Oggi stiamo constatando nostro malgrado che le parole di Bill Gates sono un campanello d’allarme. In questo momento ci sconvolge l’idea di combattere un’epidemia senza farmaci e in attesa di un vaccino che, nella più ottimistica delle ipotesi, sarà pronto tra un anno.

 

La ‘Spagnola’ sterminatrice in ogni angolo della Terra

 

Chi non è giovanissimo avrà sentito parlare della cosiddetta “Spagnola”. Una pandemia influenzale che tra il 1918 e 1920 arrivò fin nei più remoti angoli del pianeta e infettò un quarto della popolazione mondiale. 500 milioni su due miliardi con un numero di vittime compreso tra 50 e 100 milioni.

In Italia in ogni famiglia ci fu almeno una vittima. Tuttavia, quando sentivamo parlare di questa pandemia eravamo convinti che era successo perché la medicina non aveva ancora raggiunto i livelli attuali.

Al contrario ci stiamo rendendo conto che in questo campo il livello si è alzato di poco. E sostanzialmente ci ritroviamo con le stesse difese che avevano i nostri nonni, vale e dire: nessuna.

 

Un colera chiamato gastroenterite acuta

 

Il colera fu tutt’altra storia. Inizialmente ci fu una sovrapposizione di pareri discordanti. Una situazione caotica causata dai medici e non dalla popolazione.

I contendenti furono Ferruccio De Lorenzo, direttore dell’ospedale Cotugno, e Antonio Brancaccio, primario di Medicina dell’ospedale Maresca di Torre del Greco.

Il primo ritenne che si trattasse di una forma grave di gastroenterite acuta per cui non era il caso di creare allarmismi. Il primario invece non ebbe timore di chiamare le cose con il proprio nome: era colera.

E i fatti gli diedero ragione. Quando nei giorni successivi, al Cotugno cominciarono ad arrivare pazienti con sintomi di ben altra gravità, come perdita di fluidi, crampi muscolari, diarrea, vomito ecc., non fu più possibile negare l’evidenza.

I primi due casi si registrarono il 24 agosto 1973 a Torre del Greco, località alle falde del Vesuvio. Un grosso centro famoso nel mondo per la lavorazione del corallo. Ma anche per l’attribuzione che le stata data di Città Leopardiana.

Infatti, Giacomo Leopardi soggiornò in questi luoghi e compose le sue ultime opere: La ginestra e Il tramonto della luna, prima di ritornare a Napoli e morire, ironia della sorte, proprio di colera.

 

Finalmente vengono fugati i dubbi: è colera

 

Intanto con la conferma del morbo Napoli fu colta dal panico. Uno stato di confusione causato dalla sensazione di un pericolo oscuro e incomprensibile. I napoletani si ritrovarono a fare i conti con una malattia che conoscevano solo dalla letteratura e non pensavano di potersela ritrovare in casa.

Prima di approfondirne la “conoscenza” qualcuno la immaginò come la peste dei Promessi sposi e si proiettò sconvolto nella Milano di Renzo e Lucia.

Per i meno acculturati era un’epidemia difficile da contenere e da fermare. Quelli che conoscevano un po’ meglio la storia erano ancor meno tranquilli. Nell’Ottocento due pandemie avevano falcidiato la popolazione napoletana.

La prima nel 1836. A Napoli durò un anno e causò 18mila morti. Tra questi Giacomo Leopardi che, in circostanze poco chiare, morì a casa di Antonio Ranieri in vico del Pero 2.

E per una beffa del destino proprio quando il poeta del pessimismo cosmico, in un momento di ottimismo, scrisse al padre, Monaldo: “… io grazie a dio sono salvo dal colera, ma a gran costo, dopo aver passato in campagna più mesi tra incredibili agonie…

Nell’estate del 1884, al colera bastarono due mesi per fare settemila morti. Una tragedia che non lasciò insensibile nemmeno il re. Umberto I era in viaggio per Pordenone quando fu informato della gravissima situazione della città partenopea. Interruppe quel viaggio e disse: «A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore, vado a Napoli».

 

Le origini e la storia del colera

 

Pierre Sonnerat, naturista ed esploratore francese, nel 1782 fu il primo a osservare questa malattia in India. Si accorse che il mezzo di trasmissione erano le acque contaminate del Gange, il fiume sacro nel quale si immergevano ogni giorno folle oceaniche di induisti.   

Per gli Indù c’è la convinzione che il bagno nel fiume possa servire a ottenere il perdono dei peccati oltre che… una piccola raccomandazione per l’aldilà.

Sono numerosi i rituali induisti collegati alle acque del fiume sacro. Alcuni hanno uno scopo purificatore : “bere l’acqua del Gange farà sì che dopo l’ultimo respiro l’anima salirà al cielo”. Bè ai tempi di Sonnerat una bella sorsata di quell’acqua avvicinava di molto l’ultimo respiro.

Di fatto, ma chissà per quale motivo, il colera comparve in Europa con la scomparsa della peste. Tuttavia per un lungo periodo se ne ignorò la provenienza asiatica.

Questo però non impedì al medico britannico John Snow, famoso per le ricerche sull’anestesia e l’epidemiologia, di scoprire il mezzo di diffusione di questo morbo.

Intorno alla metà del 1800 una forte mortalità per il colera era concentrata in una zona ristretta di Londra.

 

La fontana di Broad Street

 

Snow dopo un’approfondita ricerca, condotta sulla zona interessata e sui suoi abitanti, trovò la chiave del mistero. Era la fontana di Broad Street, unica nella zona, a cui necessariamente dovevano attingere tutti i residenti.

Per confermare le teorie del medico si interruppe l’erogazione dell’acqua da quella fontana e come previsto il focolaio sparì. Era la conferma che le acque inquinate da sostanze in decomposizione sono un mezzo favorevole allo sviluppo e alla diffusione del colera

Forse per questo, ma sulla base di paure del tutto infondate, a Napoli durante il colera non si beveva più acqua della fontana. Iniziò la stagione delle acque minerali che non si è più interrotta e prosegue anche dove la qualità dell’acqua di rubinetto lo rende inutile.   

Ovviamente il colera veniva trasmesso anche attraverso le grandi vie di comunicazioni e le merci. E trovava terreno fertile nei quartieri più degradati e nelle situazioni igieniche più precarie delle città. Un male che colpiva senza pietà la parte più debole della società.

 

Il colera sbarca con le cozze della Tunisia

 

Certo nella Napoli degli anni Settanta, nonostante alcuni quartieri segnati dalla miseria e dall’arretratezza oltre che abbandonati a se stessi dalle istituzioni, non esistevano condizioni tali da giustificare lo sviluppo di un morbo del genere.

La città era nel pieno del suo sviluppo tecnologico e scientifico. Ribolliva di nuove idee politiche, intellettuali e artistiche.

Allora come era comprensibile un’epidemia che riportava indietro di due secoli ed equiparava la città ai paesi del terzo mondo?

Non era comprensibile e infatti non si sviluppò a Napoli. Anche se qualcuno ancora lo ignora. Il colera arrivò dalla Tunisia con una partita di cozze. E non come si credette inizialmente, e come è rimasto nell’immaginario collettivo, dalle cozze del golfo di Napoli.

Lo dimostra il fatto che nelle cozze napoletane non fu mai trovato il batterio a forma di virgola, detto per questo vibrione, che causa il colera.

 

Le cozze del Golfo, inquinanti ma senza vibrione

 

Questo però non significa che le cozze del Golfo fossero fresche e di prima scelta come le ostriche di Normandia. Tutt’altro. Dagli esami risultò che a fronte della concentrazione massima di quattro colibatteri per grammo di una cozza, ce n’erano ben quattrocentomila!

Paradossalmente comportavano un livello di inquinamento tale che, secondo il dottor Zalone, incaricato dal Tribunale di eseguire le analisi, non avrebbe permesso la sopravvivenza del vibrione del colera.

Ma colpevoli o incolpevoli dell’epidemia, le cozze incriminate furono sradicate dagli scogli e fu bonificato il tratto di mare interessato. Anche se non fu impresa da poco. I venditori, i coltivatori ma anche i consumatori di Santa Lucia scatenarono una vera rivolta.

I “luciani” per dimostrare che quelle cozze non rappresentavano nessun pericolo per la salute si facevano riprendere mentre sguaiatamente le ingurgitavano in abbondanza.

Ma fu una inutile manifestazione di stupidità perché l’intervento di quasi mille vigili urbani rese possibile l’asportazione delle cozze.

 

La fontana del Chiatamone e le malelingue

 

Purtroppo a farne le spese fu anche l’acqua ferrata della fonte del Chiatamone, conosciuta a Napoli come “acqua delle mummarelle”. Le “mummare” sono delle anfore di terracotta che venivano usate per la vendita e la conservazione di quest’acqua.

La grande vicinanza con quel tratto di mare “avvelenato” servì a giustificare la chiusura della fonte.

Aggiungiamo però che non tutti hanno creduto all’inquinamento di questa fontana. Le “malelingue” hanno a lungo sostenuto che sia stata chiusa solo perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Il cortile che la ospitava avrebbe ostacolato la costruzione di un grande hotel del lungomare Partenope.

Le cifre esatte di quest’epidemia, per motivi incomprensibili, non si sono mai saputi anche se si ipotizza vi siano stati un migliaio di ricoverati e tra 12 e 24 vittime.

 

Napoli ferita terreno caccia per gli avvoltoi

 

Il particolare carattere dei napoletani e l’immagine oleografica della città, che serve a tanti per denigrarla, fece sì che a Napoli arrivassero, in forze, inviati dei giornali e della televisione.

E per fortuna che allora non c’era Barbara D’Urso con i suoi quotidiani casi pietosi e lacrimevoli.

Tuttavia tanti giornalisti di varia natura non riuscirono a cogliere il dramma reale e le difficoltà di Napoli in quei terribili giorni. Salvo poche eccezioni, si limitarono a “fotografare” gli aspetti più pittoreschi o scandalistici. Nessuno riuscì a leggere, parafrasando Gabriel García Márquez, “Napoli ai tempi del colera”.

E creando i presupposti per quei cori beceri che ancora accompagnano i napoletani negli stadi di tutt’Italia

A fare giustizia sulla realtà napoletana durante quel periodo furono i giornali stranieri che testimoniarono come l’epidemia fosse stata affrontata in maniera esemplare dalla popolazione.

Come comprovano le immagini dell’epoca con lunghe e ordinatissime file in attesa della vaccinazione. Anche se inizialmente ci furono tafferugli perché si temeva di non ci fosse vaccino sufficiente. Infatti non c’era.

Quindi bisogna riconoscere agli americani della VI flotta U.S. Navy il merito di aver fornito le dosi di vaccino e le siringhe a pistola che resero possibile la vaccinazione di 1 milione di napoletani in una settimana.

Comunque anche in quest’occasione venne fuori la determinazione napoletana dei momenti difficili. Napoli sconfisse il colera in due mesi. Barcellona in due anni.  

 

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