Voce ’e notte

 

Edoardo Nicolardi – Ernesto De Curtis – 1904

 

Spartito Voce e notte

 

Voce ’e notte ha ispirato persino Maurizio De Giovanni che ne ha tratto spunto per il suo romanzo: Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi. Un giallo ambientato negli anni Trenta, periodo buio dell’Italia fascista.

Racconta la storia di Vinnie e Cettina. Il primo povero in canna e lei figlia di un facoltoso commerciante. Il ragazzo si rende conto che mancano persino i presupposti per ipotizzare un futuro insieme.

Quindi decide di cercare fortuna in America. Si imbarca clandestinamente su una nave diretta verso gli Stati Uniti dove, dopo le inevitabili difficoltà di inserimento, diventa campione mondiale di pugilato.

Purtroppo durante un combattimento uccide l’avversario con un colpo micidiale. Rimane inesorabilmente scosso da questo evento e si rifiuta di tornare sul ring e nel contempo aumenta la nostalgia per la sua terra lontana.

 

Voce ’e notte serenata per un giallo

 

Sono passati quindici anni quando decide di tornare a Napoli, convinto che Cettina lo stia ancora aspettando ma la trova sposata con un ricco commerciante di stoffe socio nell’azienda familiare della sposa.

Vinnie rimane sconvolto nell’apprendere la notizia. La sera si reca con un gruppo di musicisti sotto la finestra degli sposi per una serenata che ben presto si trasforma in caciara perché l’amante deluso, ubriaco fradicio, dà in escandescenze e il suo manager e amico a fatica riesce a trascinarlo via.

Purtroppo in seguito il marito di Cettina viene ucciso all’alba in una strada adiacente al porto e in mancanza di testimoni per Vinnie, che tra l’altro aveva minacciato pubblicamente di ammazzarlo, le cose si mettono molto male.

La versione originale di Edoardo Nicolardi trasposta nei meravigliosi versi di Voce ’e notte è meno cruenta e drammatica ma nella sostanza ha diversi punti di contatto.

Il giovane Nicolardi, che all’epoca aveva 25 anni, s’innamorò follemente della 17enne Anna Rossi, figlia del commendator Gennaro, allevatore di cavalli da corsa.

Era un amore molto intenso anche se non avevano mai avuto la possibilità di dirselo faccia a faccia. A quei tempi senza l’ufficialità delle posizioni le comunicazioni amorose potevano avvenire solo con sguardi, sorrisi e ammiccamenti.

 

Quando Nicolardi chiese la mano di Anna

 

Evidentemente fu proprio questa difficoltà di comunicazione che spinse Eduardo a presentarsi al padre di Anna per chiedere la sua mano.

Il commendatore lo ricevette, lo ascoltò quindi gli chiese di quali rendite e proprietà fosse titolare. Purtroppo per lui, Nicolardi non aveva né le une né le altre e anche se non fu buttato fuori come dai saloon nei film western, sicuramente fu messo alla porta senza molto garbo.

Eppure Edoardo Nicolardi non era un poveraccio. Era il figlio dell’amministratore de Il Mattino. E nemmeno un inetto. Anche se aveva abbandonato gli studi di giurisprudenza era ben avviato nella carriera giornalistica.

Veniva dalla gavetta, perché allora si diventava giornalisti “sul campo” e non a tavolino per acquisire presunti titoli di “professionalità”.

Aveva iniziato a diciassette anni e nel 1903, quando era andato a chiedere la mano di Anna, era redattore del Don Marzio, un popolare giornale comico satirico fondato nel 1860 da Luigi Pappalardo. Inoltre collaborava anche con altre testate giornalistiche ed era un apprezzato poeta e paroliere.

Messo in allarme da questo inaspettato evento il padre di Anna preferì non correre ulteriori rischi e sbarrare la strada a questo amore “velleitario”.

Secondo le consuetudini dell’epoca scelse lui lo sposo “adatto” alla ragazza. E scelse uno dei più ricchi tra i suoi clienti, tale Pompeo Corbera di 35 anni più grande di Anna. Un 53enne insomma che per quei tempi era da considerarsi un vecchio.

La ragazza combatté con tutte le sue forze per opporsi ma fu tutto vano e nel giro di due mesi il matrimonio fu celebrato.

 

Voce ’e notte nasce al Gambrinus

 

Si dice che ogni sera Edoardo, finito il lavoro in redazione, si recasse sotto le finestre degli sposi, a via Santa Teresa, e si torturasse l’anima nella speranza di vedere alla finestra la sua Anna.

Una perseveranza che sarebbe stata premiata perché una sera la intravide dietro i vetri di una finestra.

Preso dall’entusiasmo si precipitò lungo piazza Dante e via Toledo per raggiungere lo storico bar Gambrinus dove, insieme al caffè, si fece dare carta e penna per tradurre in versi l’emozione che stava vivendo: prendeva così vita Voce ’e notte.

Comunque questo tormento durò solo due anni poi il signor Corbara passò a miglior vita lasciando liberi i ragazzi di coronare il loro sogno d’amore.

Un matrimonio felice e prolifico: ben otto figli. Un numero esagerato se misurato con il metro dei giorni nostri ma all’epoca appena sopra la media.

Lo stesso re Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, aveva avuto otto figli legittimi, due dalla Bela Rosin e chissà quanti altri piccoli italiani sparsi per il regno.

Voce ’e notte però non sarebbe mai stata pubblicata senza l’ostinazione del maestro Ernesto De Curtis che si innamorò di quei versi e riuscì a convincere Nicolardi, che voleva tenerli solo per sé, a farglieli musicare.

Come tutte le canzoni napoletane classiche si farebbe prima ad elencare i nomi dei più grandi artisti italiani e internazionali che non l’hanno interpretata piuttosto che quelli che lo hanno fatto.

Comunque tra le interpretazioni più recenti meritano di essere ricordate quelle di: Mina, Roberto Murolo, Peppino Di Capri, Massimo Ranieri, Eddy Napoli, Renzo Arbore e l’Orchestra Italiana con la stupenda voce di Francesca Schiavo, Luciano Pavarotti, tanto per restare in Patria.

 

Si ‘sta voce te scéta ‘int”a nuttata,
mentre t’astrigne ‘o sposo tujo vicino,
statte scetata, si vuó’ stá scetata,
ma fa’ vedé ca duorme a suonno chino.

Nun ghí vicino ê llastre pe’ fá ‘a spia,
pecché nun puo’ sbagliá, ‘sta voce e’ ‘a mia,
e’ ‘a stessa voce ‘e quanno tutt’e duje,
scurnuse, nce parlávamo cu ‘o “vvuje”.

Si ‘sta voce te canta dint”o core
chello ch’i’ nun te cerco e nun te dico,
tutt”o turmiento ‘e nu luntano ammore,
tutto ll’ammore ‘e nu turmiento antico.

Si te vène na smania ‘e vulé bene,
na smania ‘e vase córrere p”e vvéne,
nu fuoco ca te brucia comm’a che,
vásate a chillo. Che te ‘mporta ‘e me!

Si ‘sta voce che chiagne ‘int”a nuttata
te sceta ‘o sposo, nun avé paura,
vide ch’è senza nomme ‘a serenata,
dille ca dorme e ca se rassicura.

Dille accussí: “Chi canta ‘int’a ‘sta via
o sarrá pazzo o more ‘e gelusia!
Starrá chiagnenno qualche ‘nfamitá.
Canta isso, sulo. Ma che canta a fá?!”

 

Traduzione in italiano

Voce nella notte

Se questa voce ti sveglia nella nottata,
mentre ti stringi al tuo sposo vicino,
resta sveglia, se vuoi stare sveglia,
ma fai finta che dormi profondamente.

Non andare vicino alla finestra per spiare,
perchè non puoi sbagliare, questa voce è la mia,
è la stessa voce di quando noi due
timidamente, ci parlavamo dandoci del voi.

Se questa voce ti canta nel cuore
quello che io non ti chiedo e non ti dico,
tutto il tormento di un lontano amore,
tutto l’amore di un tormento antico.

Se ti viene la smania di voler bene,
una smania di baci correre nelle vene,
un fuoco che ti brucia oltre ogni dire,
bacia lui. Cosa ti importa di me!

Se questa voce che piange nella notte
ti sveglia lo sposo, non temere,
osserva che la serenata non fa nomi,
digli che dorma e si rassicuri.

Digli così: Chi canta in questa strada
o sarà pazzo o muore di gelosia!
Starà piangendo per qualche infamia.
Canta solo questo. Ma cosa canta a fare?!