Raffaele Viviani, scugnizzo geniale fa tremare il regime

Raffaele Viviani con la sorella Luisella

Tra gli interessi primari di Raffaele Viviani di sicuro non c’era la politica. Ma di sicuro non nutrì sentimenti di gratitudine per il fascismo.

Infatti il regime gli stroncò una carriera in continua ascesa, capace di travalicare i confini nazionali, nonostante il napoletano strettissimo delle sue opere.

Con la sua compagnia, di cui faceva parte anche la sorella Luisella, stava portando le sue commedie in giro per il mondo. Da Malta a Parigi, dal Libano all’Ungheria e in Sud America: Argentina, Brasile, Uruguay ecc.

Nella seconda metà degli anni Trenta però il successo di Viviani scemò in maniera inversamente proporzionale all’ascesa del fascismo ormai all’apice del suo potere. L’arroganza e la presunzione del regime volle dettare anche le nuove regole linguistiche.

Il codice linguistico del fascismo

 

Avviò l’italianizzazione, cioè la messa al bando di tutte le parole straniere.

Le violazioni anche minime non furono tollerate. Lievi infrazione, anche frutto di subdole delazioni, furono punite con pestaggi e purghe. Quelle ritenute più gravi prevedevano pene detentive. Persino il latino era ritenuto lingua straniera. Infatti, lo stesso Mussolini dovette trasformare il pomposo Dux in Duce.

I dialetti non furono soggetti allo stesso trattamento, ma comunque boicottati. Le opere che fino a quel momento avevano avuto rilievo nazionale diventarono di nicchia. E insieme ai propri autori diventarono di serie B.

Un destino simile toccò, ad esempio, anche Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo.

Però, per quanto questo sia inconfutabile bisogna dire che non fu il vero ostacolo all’escalation trionfale di Viviani.

La vera causa dell’ostilità dei fascisti nei suoi confronti era molto più motivata.

Raffaele Viviani

Raffaele Viviani

Papiluccio, come veniva chiamato dei familiari, nelle sue commedie presentava un’Italia che era l’opposto di quella trionfante che il regime cercava di propinare all’estero.

Ai “superuomini” fascisti facevano da contraltare i poveri diavoli, del teatro di Raffaele Viviani, che a stento riuscivano a campare, nella fame e nella miseria.

Personaggi reali a cui può dare vita solo chi è li ha conosciuti in prima persona.

‘Guaglione’, la poesia che racconta l’infazia di Raffaele Viviani

 

E Viviani, che all’anagrafe era Viviano, era stato uno di loro. Anzi nella poesia Guaglione fa uno schizzo della sua infanzia trascorsa in questi ambienti.     

Scugnizzo tra gli scugnizzi, viveva, giocava a apprendeva dalla strada. A 12-13 anni i suoi compagni erano cresciuti di altezza ma non di testa. A malapena frequentavano la scuola e il più istruito “a stento sapeva firmare”.

Poi la maturazione: donne, carte, liti cruente e carcere. Carcere che spesso diventava un luogo abituale per molti di loro.

Papiluccio di quelle esperienze raccolse solo l’impronta che trasmetterà magistralmente nelle sue opere. Ma si fermò prima del baratro, si procurò un sillabario e si disse: «Raffaele, mettici impegno! e prese a correre con A E I O U».

Raffaele Viviani, nato a Castellammare di Stabia il 10 gennaio 1888. A 4 anni cantava con grande successo già nei teatri popolari napoletani.

Raffaele Viviani sorriso

Il sorriso di Raffaele Viviani

Con la morte del padre quello che era un diletto dovette diventare una professione. Ma il ragazzo si rese conto che per emergere

bisognava essere autori oltre che esecutori.

Cominciò quindi a scriversi da solo i testi delle sue canzoni. Il problema era musicarle. Non sapeva suonare alcuno strumento né leggere uno spartito.

Per cui dovette anche lui ricorrere genialmente all’arte di arrangiarsi.

Fischiettava il motivo che aveva pensato ad un maestro di piano che lo interpretava e lo trascriveva sullo spartito. 

La fine della guerra e la caduta del fascismo non furono sufficienti a riportare in auge il teatro di Viviani perché il retaggio di un Ventennio come quello trascorso non svanisce di colpo.

Infatti anche se di colpo tutti si si scoprirono antifascisti di fatto le classi socialmente più elevate continuarono a mantenere la vecchia e consolidata  forma mentale .

Raffaele Viviani morì a Napoli il 22 marzo 1950 dopo aver trascorso gli ultimi anni di vita a riordinare le sue opere.

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