Castel dell’Ovo, la Regina Giovanna inventa l’uovo divino

regina giovanna

Castel dell’Ovo è uno degli sfondi classici delle cartoline di Napoli. Un simbolo della città. Pieno di fascino e di mistero. Spicca maestoso sull’isolotto di Megaride, lo stesso dove giunse la sirena Parthenope, proveniente dal raccapricciante scoglio delle sirene e infuriata per essere caduta vittima dell’astuzia di Ulisse. Di conseguenza è legato alle mitiche origini di Napoli.

Numerose sono le leggende legate a Castel dell’Ovo. Una delle più famose è certamente quella dell’uovo di Virgilio. Si troverebbe, ben protetto da pesanti serrature, in una gabbia segreta situata nei sotterranei del castello.

Queste straordinarie misure di sicurezza per la sua integrità sono necessarie, secondo la leggenda, perché da quell’uovo dipende il destino non solo del Castello ma dell’intera città di Napoli.

Ambrogino e la rottura dell’uovo

 

Purtroppo, però queste misure non furono sufficienti a proteggerlo in una burrascosa situazione verificatasi nel ’300 quando, solo con l’astuzia, la sovrana riuscì ad “imbrogliare” il popolo terrorizzato. Sovrana che all’epoca era Giovanna I d’Angiò.

La regina si trovò in una brutta situazione dovendo affrontare in condizioni di inferiorità una rivolta di baroni. Ma riuscì a spuntarla, grazie al valore del suo esercito, e fece prigioniero il loro capo, Ambrogino Visconti, figlio naturale del Signore di Milano Bernabò Visconti.

Al contrario del rivoltoso napoletano, Ambrogino a Milano è nome di grande rilievo. Infatti, l’Ambrogino (o Ambrosino) era la moneta tipica del Ducato di Milano ed è attualmente (l’Ambrogino d’Oro) un’onorificenza. La massima rilasciata dal comune di Milano a coloro che si sono maggiormente distinti all’interno della città. Comunque, moneta e onorificenza non sono dedicati alla commemorazione di questo maldestro capo degli insorti, ma entrambi al santo protettore di Milano, Sant’Ambrogio.

Rinchiuso nelle prigioni di Castel dell’Ovo, Ambrogino approfittò del caos che seguì al crollo del grande arco naturale che univa le due parti dell’isolotto, e riuscì a fuggire.

La furbizia della Regina Giovanna

 

Il fatto in sé non avrebbe avuto nessuna rilevanza perché l’Ambrogino aveva già dimostrato quanto fosse poco pericoloso. Ma la popolazione andò nel panico quando si diffuse la voce che il crollo non era stato casuale. Sarebbe stato architettato da Ambrogino per evadere dalla fortezza. Azione che, senza volerlo, aveva causato un immane disastro, cioè la rottura del prezioso uovo nascosto da Virgilio nei sotterranei del castello.

Infatti, la popolazione era convinta che la rottura dell’uovo avrebbe causato eventi funesti la città.

La regina Giovanna, al contrario, era molto più smaliziata e certamente non dava credito a queste sciocchezze. Tuttavia si rese conto che bisognava trovare qualcosa superare le paure del suo popolo. Non dovette sforzarsi troppo. Gli bastò dichiarare pubblicamente che lei stessa aveva sostituito l’uovo rotto con un altro uovo magico, che avrebbe salvaguardato il Castello, la città e i napoletani. Napoletani che accettarono di buon grado la benevola bugia e ritornarono, più sereni, ai loro reali problemi quotidiani.

Un’altra leggenda riguardante Castel dell’Ovo vede protagonista un certo Nicolò o Cola, l’uomo pesce. Era un ragazzo con grandi doti di nuotatore e di subacqueo. Del resto non era per niente straordinario considerato che la natura lo aveva dotato di dita palmate, branchie e pelle squamosa, in pratica mezzo uomo e mezzo pesce.

Colapesce era in grado di vivere sul fondo del mare e, per accontentare le richieste del re di Napoli, spesso si immergeva regalandogli spettacoli molto entusiasmanti.

Colapesce e e sue esplorazioni sotto il Castel dell’Ovo

 

L’uomo-pesce si trasformò in valido esploratore quando in seguito a queste continue immersioni scoprì il fondale marino ricoperto da coralli e gremito di scheletri, carcasse e navi sommerse che nascondevano tesori.

A dimostrazione della fondatezza delle sue parole portò al re molte gemme preziose trovate in grotte e cunicoli posti sotto l’isolotto del Castello.

Ma nelle sue nuotate non si limitava ai dintorni di Napoli, infatti, ritornò dal re comunicandogli la scoperta della Sicilia sorretta da tre enormi colonne, una delle quali spezzata.

Per poter effettuare questi lunghi spostamenti, senza troppi sforzi, aveva trovato un sistema molto ingegnoso. Sceglieva un enorme e “sfortunato” pesce dal quale si faceva ingoiare. Non sappiamo se per la rotta si affidasse a quella del pesce o ad un metodo personale per fargli seguire quella stabilita da lui. Quello che è certo è che giunto a destinazione doveva pur uscire. E la soluzione era inevitabile: tagliava il ventre del malcapitato e veniva fuori.

La leggenda di Nicolò Pesce assume tante altre forme ma sarebbe troppo lungo riepilogarle ma è interessante sapere che Sthendal lo mise in relazione con la figura di San Nicola di Bari, protettore del mare.

L’effigie di Colapesce è rappresentata in un bassorilievo conservato al Museo di San Martino, a Napoli, dopo essere stato per anni a via Mezzocannone. È rappresentato come un uomo villoso, con il lungo pugnale col quale, tagliandogli il ventre, ringraziava i pesci per il “passaggio” che gli avevano dato.

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