Le origini di Napoli: Partenope, Palepolis, Neapolis

sirena partenope

Innumerevoli sono le versioni che hanno arricchito il patrimonio di leggende sulle origini di Napoli. Ma protagonista di tutte è sempre la mitica sirena Partenope che, caduta vittima dell’astuzia di Ulisse, abbandonò adirata il temibile scoglio delle sirene per giungere all’isolotto di Megaride, che accoglie l’attuale Borgo Marinaro, in via Partenope.

In effetti, però, esiste anche una leggenda meno nota che avrebbe un valore storico superiore quella più famosa. La fornisce Vittorio Gleijeses nel suo libro sulla storia di Napoli.

“Apollo, grazie al volo spiegato di una colomba, avrebbe indirizzato verso il nostro litorale una graziosa fanciulla, figlia di Eumelo, re di Tessaglia, dallo strano nome di Parthenope.

L’etimologia di questo nome, è costituito da due vocaboli greci «Partenu-Opsis», in latino «virginis visus» ovvero sembianze di vergine. La fanciulla sarebbe morta subito dopo essere approdata sulle nostre spiagge. E le stesse genti del luogo avrebbero provveduto a seppellirla”. In onore di Partenope costruirono un sepolcro davanti al quale ogni anni si svolgevano feste e giochi ginnici.

Tra Castel dell’Ovo e Pizzofalcone

 

Confortata invece da testimonianze l’esistenza della città di Parthenope, fondata dai Cumani nel 680 a.C. nell’area compresa tra l’isolotto di Megaride e il Monte Echia. Cioè nell’area attualmente compresa tra Castel dell’Ovo e Pizzofalcone, come conferma una necropoli scoperta nell’attuale via Nicotera. 

Le più antiche origini di Napoli risalgono alla prima colonizzazione sulle nostre coste circa 3000 anni fa ad opera di mercanti provenienti da Rodi che fondarono un piccolo e strategico scalo commerciale per le loro attività marinaresche. 

Fondarono dapprima Pithecusa, l’attuale isola d’Ischia, successivamente Cuma (Kyme). E proprio i Cumani, come già detto, fondarono, nel V secolo a.C., Parthenope.

La nuova città avrebbe raggiunto una posizione di grande rilievo. Tale, però, da suscitare l’invidia e la preoccupazione dei suoi stessi fondatori che pensarono bene di distruggerla. Una storia che convince poco.

Più credibile la versione secondo la quale Palepolis, indebolita e decaduta a causa di lotte interne fu distrutta dagli Etruschi.  E proprio i Cumani nel 474 a.C., dopo aver sconfitto definitivamente gli Etruschi, decisero di rifondare Parthenope. La rinominarono Neapolis (città nuova) in contrapposizione a Palepolis (città vecchia e si trovava a Pizzofalcone). In concreto, nel 438 a.C., distavano 4-5 chilometri e costituivano una sola polis.

Le origini di Napoli e il responso dell’oracolo

 

Sulla rifondazione di Parthenope da parte dei Cumani esiste anche una versione più fantasiosa. Cioè che dopo la distruzione di Parthenope, su Cuma si abbatté una grave carestia. I suoi capi, dopo aver consultato l’oracolo, avrebbero deciso di ricostruire la città e ripristinare il culto della sirena.

Palepolis con il passare del tempo diventò un luogo periferico e appartato dove i nobili edificarono lussuose ville, lontane dal frastuono dei traffici del centro urbano. In seguito, l’intera area di Palepolis venne racchiusa in un’immensa villa, di proprietà del patrizio Lucullo. I resti sono ancora visibili sulla sommità di Pizzofalcone. 

I Cumani trasformarono Neapolis in una vera roccaforte cingendola di imponenti  mura di tufo. Furono edificate utilizzando tecniche costruttive tra le più avanzate dell’epoca e rinforzate ancora nel secolo successivo.

Resti di queste mura si trovano sparse un po’ per l’intera città. Via Foria, Piazza Bellini, via Mezzocannone, Corso Umberto e Via Duomo. Da questi ritrovamenti gli studiosi hanno potuto ricostruire il perimetro urbano dell’epoca.

L’estensione territoriale di Napoli

 

La città si estendeva a nord tra via Foria e Piazza Cavour per poi scendere lungo via San Giovanni a Carbonara fino ad arrivare al mare. Dopo piazza Calenda le mure avevano bisogno anche di difese naturali per cui attraverso la collina di Monterone e quella di Sant’Agostino risaliva per via Mezzocannone.

Nel V secolo la popolazione della città era di circa 30mila abitanti e la lingua parlata e scritta era quella greca. All’epoca, e nei secoli successivi,  la tradizione culturale greca rimase ben salda a Napoli e, come vedremo, determinò un grande rispetto da parte del mondo romano.

Proprio Roma, riscontrando la posizione strategica di Neapolis sul mare, la pose al centro delle proprie attenzioni e nel 326 a.C., mentre era impegnata nella seconda guerra sannitica, la cinse d’assedio. La città che comunque si era schierata con i Sanniti, venne conquistata ma i Romani le concessero ampia autonomia e le attribuirono il ruolo di “civitas foederata“.

Il trattato di pace garantì ai napoletani ampia libertà e limitò le incombenze alla sola fornitura di armi e marinai in caso di guerra. Per Neapolis questa situazione risultò particolarmente vantaggiosa perché grazie alla protezione di Roma  poté ampliare il suo porto. Vide fiorire i traffici marittimi, aumentò la lavorazione delle ceramiche. Ma soprattutto attivò a pieno ritmo la sua famosa zecca che cominciò a coniare monete anche per conto di Roma.

Nell’89 a.C. Neapolis ricevette la cittadinanza romana diventando, di fatto, municipio romano. La lingua latina cominciò a diffondersi rapidamente, ma il greco rimase ancora l’idioma più in voga. In realtà Neapolis per molti secoli restò una città bilingue, con una forte influenza della cultura greca. 

Le alleanze sbagliate

 

Nel l’82 a.C., quando scoppiò la guerra civile che contrappose Mario a Silla, Neapolis si schierò con il primo facendo, tanto per cambiare, la scelta sbagliata. Silla dopo la sua vittoria punì pesantemente la città. Confiscò la flotta ed eliminò economicamente e fisicamente il ceto mercantile con metodo delle proscrizioni. 

Il porto militare venne dislocato a Miseno e privato del possesso di Pithecusa (Ischia) e del ruolo guida nel campo commerciale.  Di conseguenza capitali e attività imprenditoriali lentamente si spostarono a Puteoli (Pozzuoli) che diventò il centro commerciale della zona. Per Neapolis iniziò una lenta decadenza. 

La città rimase, però, ben viva sotto il profilo culturale. Era la meta preferita e il punto di riferimento dell’intero mondo romano. Le era riconosciuto il ruolo di depositaria del patrimonio culturale ellenico e delle sue tradizioni.

I Patrizi romani erano attratti dalle bellezze naturali e climatiche. Venne definita città oziosa ma nell’accezione romana dove “otioso” non aveva un significato negativo. Era, al contrario, il termine usato per indicare tutto ciò che era contrapposto all’agire fisico e produttivo. “Otiosa” era, dunque, anche la filosofia e la poesia che fiorirono a Napoli più che in ogni altra città dell’Impero.

Nerone con le sue rime fa tremare Napoli

 

La poesia si sviluppò a tal punto da invogliare Virgilio a risiedere per lungo tempo in una villa fuori città. L’importanza culturale di Neapolis attirò persino Nerone che nel  65 d.C., giunse a Neapolis, con un grande seguito, per esibirsi nei famosi teatri della città.

Non sappiamo quanto successo ottenne con le sue “performance” ma quello che è certo è che al termine di una sua rappresentazione una violenta scossa di terremoto distrusse parte del teatro in cui si era esibito. 

Neapolis nonostante il ruolo portuale di secondo piano assunto dopo aver ceduto giocoforza la prevalenza a Puteoli, diventò crocevia di razze e culture differenti. Fiorirono le comunità orientali, come quella alessandrina testimoniata anche dalla Statua del dio Nilo, venerato appunto dagli alessandrini, nell’omonima piazza del quartiere Nilensis.

Nella Neapolis dell’età imperiale cominciarono a diffondersi numerose religioni. Ma ben presto, nonostante le persecuzioni, il Cristianesimo prese il sopravvento sulle altre. Il primo vescovo napoletano fu Aspreno che visse durante l’impero di Traiano tra il primo e il secondo secolo d.C.

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