Maria d’Avalos, l’orrendo delitto di Palazzo Sansevero

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Il marito che finge di doversi allontanare di casa per poi tornare di nascosto e cogliere la moglie tra le braccia dell’amante è un classico del teatro. Anche nella realtà sarà avvenuto tante volte con tragiche conseguenze. Ma lo scempio che subirono Maria d’Avalos e il suo amante, Fabrizio Carafa dal marito tradito è da film horror.

Le voci della relazione tra l’affascinante Maria d’Avalos e il duca d’Andria e conte di Ruvo, Fabrizio Carafa avevano preso corpo con il passare del tempo ed avevano ormai superato il livello di maldicenza. I due amanti erano diventati sempre più intraprendenti e non si preoccupavano più di nascondere il loro amore.

Erano una magnifica coppia e non passavano inosservati. Se Maria era bellissima, Fabrizio non era da meno, basti pensare che lo chiamavano l’arcangelo. Oggi il gossip con loro avrebbe impazzato. Ma anche allora i pettegolezzi fiorivano facili e il tam tam popolare correva veloce.

Quindi tutti sapevano e si meravigliavano che l’unico a non sapere fosse il marito. Ma non era esatto. Carlo Gesualdo principe di Venosa, il marito, sapeva benissimo ma non se crucciava troppo.

Della moglie gli importava poco o nulla. Il loro non era stato certamente un matrimonio d’amore. Unione utile solo per impedire che il patrimonio familiare finisse nelle grinfie del papato.

Maria e Carlo, diversi come il giorno e la notte


Non avevano niente in comune. Carlo viveva per la musica. Era un madrigalista di grande talento. Un compositore che ha lasciato un notevole segno nella storia della musica polifonica. Pare che a lui si siano ispirati, persino, Wagner e Stravinskij.

Maria d’Avalos, dal canto suo, sembra avesse ben altro per la testa. Secondo le malelingue il suo appetito sessuale era costato la vita al primo marito, stroncato dalla sua insaziabilità. Era stata sposata ancora un’altra volta prima del matrimonio con Carlo Gesualdo.

La situazione si protrasse fino all’intervento di don Giulio, zio di Carlo. Costui con il dente avvelenato per il rifiuto che Maria aveva opposto alle sue avance, si trasformò in perfido Iago shakespeariano. Tirò in ballo l’onore della famiglia e lo costrinse ad agire.

Il marito tradito, punto sull’orgoglio, fu costretto ad agire e decise di farlo cogliendo, però, gli amanti sul fatto. Finse di partire per una battuta di caccia nella tenuta degli Astroni, ad Agnano. Un’assenza che nelle previsioni doveva protrarsi per parecchi giorni.

Maria organizzò prontamente il programma per quei giorni di piena libertà. Anche se non c’era ancora WhatsApp fece pervenire sollecitamente un messaggio a Fabrizio che altrettanto velocemente corse da lei.

Maria d’Avalos trucidata per l’onore dei Gesualdo


Carlo Gesualdo, intanto, non si era mosso da palazzo Sangro di Sansevero, la loro residenza in piazza San Domenico Maggiore. Nascosto attese che Fabrizio raggiungesse Maria e quando fu sicuro di trovarli in una condizione di inequivocabile adulterio fece scattare il piano.

Ma cosa successe realmente? Diverse sono le versioni. La prima: Gesualdo li coglie sul fatto si avventa su di loro con un pugnale e li macella in una maniera mostruosa. Poco credibile che un uomo come lui abbia avuto, se non il coraggio, la capacità di farlo. Anche l’ipotesi che dopo la constatazione abbia mandato i sicari non regge. Che cosa avrebbe dovuto verificare? Sapeva esattamente cosa c’era dietro quella porta.

Allora una sola versione è credibile. Il marito entra insieme ai sicari che accoltellano ferocemente i due amanti e solo in seguito li lasciano alla furia del marito. Carlo, ormai accecato dalla rabbia, si accanisce sui cadaveri creando lo scempio che poi verrà esposto pubblicamente all’esterno del palazzo.

Le scene dei due corpi martoriati e posti alla berlina ebbero lo scopo di mostrare a tutti che l’onore dei Gesualdo era sanato.

Maria D’Avalos, in particolare, era martoriata in maniera paurosa. Al punto da rendere del tutto inverosimile la storiella del monaco necrofilo. Un monaco orripilante che avrebbe abusato del cadavere. Non sarebbe stato possibile.

La legge dell’epoca non creava molti problemi al marito perché il cosiddetto delitto d’onore era contemplato e giustificato. Tanto più se un nobile di quella caratura poteva contare sull’amicizia dell’allora viceré, conte Miranda.

Il problema non era quindi il carcere o la mannaia ma la vendetta dei Carafa e dei d’Avalos che certamente non si sarebbe fatto attendere. Il viceré quindi, per motivi prudenziali, gli consigliò di allontanarsi per un po’ da Napoli. E Gesualdo lo fece. Si ritirò per diciassette anni nel castello-fortezza di Gesualdo, in provincia di Avellino.

Il fantasma di Piazza San Domenico Maggiore


L’orrendo crimine avvenne nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 1590. Si dice che nell’ala del palazzo dove venne consumato si udivano ogni notte i lamenti strazianti di Maria. E si udirono fino al 1889, quando con il crollo di quell’ala del palazzo si spensero.

Ma non del tutto. Dicono che nelle notti senza luna una signora, descritta in vari modi, compare in piazza San Domenico Maggiore. Si sposta disperatamente nello spazio  tra Palazzo di Sangro e l’obelisco piramidale invocando il nome del suo perduto amore.

Carlo non visse nel migliore dei modi il resto dei suoi giorni. È vero che dopo alcuni anni ebbe il tempo di risposarsi e continuare la sua opera di musicista ma la sua vita non fu più la stessa. Nella fortezza longobarda di Gesualdo trascorse diciassette anni ossessionato da un rimorso che lo consumò anche sotto il profilo fisico. I soliti esagerati dicono che, addirittura, per espiare la colpa si facesse battere ogni giorno da una squadra di dieci giovani

E visse anche nel terrore perché temeva la vendetta delle famiglie offese. Fece spianare l’intero bosco che circondava il castello per poter avvistare eventuali pericoli già da lunga distanza.

Ma a farne le spese di questa terribile storia fu anche Torquato Tasso che perse un amico e, specialmente, un mecenate. Infatti, c’era una collaborazione artistica tra il Tasso e principe di Venosa, che musicava le sue opere.

Quest’ultimo però s’infuriò quando seppe che il poeta non solo era al corrente della tresca ma aveva scritto quattro sonetti dedicati all’amore dei protagonisti. In morte di due nobilissimi amanti è il più famoso del poker di sonetti e, come è ovvio, l’ultimo della serie

Carlo Gesualdo lo cancellò dal novero degli amici ma, cosa più grave per il povero Torquato, chiuse i cordoni della borsa.

 

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