Un caffè fumante mandò in estasi profeti e… capre

macchina caffè

Il caffè napoletano non è come tutti i caffè del mondo. È diverso perché non è solo una bevanda ma parte integrante della realtà partenopea. Infatti, un classico e ormai consolidato modo di incontrarsi è legato alla tazza fumante. Si dice in senso figurato, ci prendiamo un caffè assieme per indicare il piacere di comunicare in maniera informale, quindi specialmente tra amici.

Bisogna anche dire che il più delle volte il senso figurato lascia il posto al significato letterale e ci si trova al banco di un bar per gustare una tazzina della deliziosa miscela. Per i caffeino-dipendenti è quasi impossibile farne a meno. Questo nonostante le continue raccomandazioni dei medici ad un uso più moderato. Spacialmente nelle persone affette da determinate patologie.

Bearsi di una tazza di caffè bollente non è un’esclusiva dell’area napoletana. In buona parte del mondo è una bevanda molto diffusa. Anche se le tipologie di preparazione sono molto differenti.

Origini, storia e significato sociale

 

Una delle leggende sulle origini del caffè è quelle delle capre impazzite. Infatti, i monaci musulmani di un convento yemenita notarono una strana frenesia nelle “barbute”, dopo che avevano brucato da alcune piantine. Raccolsero loro stessi delle foglie e ne ricavarono un infuso che trovarono effettivamente elttrizzante.

Un’altra leggenda risale ai vertici della religiosità. Vi compaiono Maometto, che stava molto male, e l’Arcangelo Gabriele che corse in suo aiuto. Gli consegno una strana tisana ricevuta da Allah in persona. Una bevanda scura come la “Qawa”, la Sacra Pietra Nera della Mecca. Com’è giusto che fosse, ebbe un effetto miracoloso su Maometto che non appena l’ebbe bevuta poté risollevarsi e riprendere la sua attività di Profeta.

Fausto Nairone, frate maronita e docente di teologia alla Sorbona nel 1700, aveva una sua versione e ne faceva partecipi i suoi allievi. In effetti era molto simile a quella dei monaci yemeniti anche se si svolgeva in Arabia e i protagonisti sono diversi

Le onnipresenti capre del caffè

Ci sono le capre ma i monaci sono sostituiti dal pastore Kaddi che le porta al pascolo. Il comportamento degli animali è lo stesso di quelle yemenite: mangiano le bacche di un arbusto selvatico e cominciano a dare segni di effervescenza. Anche Kaddi rimase sbalordito da questo comportamento. Ma era il pastorello era ignorante come le sue capre e non fu capace di darsi una risposta.

Non gli rimase che rivolgersi al vecchio abate Yahia del vicino convento. Il vegliardo non conosceva quella pianta né le proprietà che causavano effetti citati da Kaddi. Ma intuì che poteva essere sfruttata con profitto. Infatti, dopo qualche esperimento ne ricavò una bevanda amara ma capace di riscaldare e rinvigorire il corpo, e di liberare dal sonno e dalla stanchezza.

Lo sceicco Ali ben Omar, invece, era un monaco e rimase solo durante il pellegrinaggio verso Moka per la morte del suo maestro, e compagno di viaggio, Schadeli. Proseguendo nel suo percorso lo raggiunse anche la notizia di una terribile peste che aveva colpito Moka. A questo punto il povero Alì avrà pensato che questo viaggio era iniziato male e si stava concludendo peggio quindi sarebbe stato saggio tornarsene a casa. E lo avrebbe fatto ma intervenne un angelo e lo convinse a proseguire.

A Moka la sua presenza fu preziosa perché, pregando Allah, guarì molti malati tra cui la figlia del re. E non fu una grande fortuna. Infatti la ragazza si innamorò di lui e il Re, suo padre, si seccò molto di questa cosa e decise, ingrato e da gran cialtrone, di cacciare il monaco dal regno.

La più grande torrefazione naturale della storia

 

Le prospettive non erano molte per cui dovette andarsene sulla montagna a fare l’eremita. Non era una condizione piacevole ma il vero problema era la fame e la sete. Infatti , aveva trovato l’alloggio ma del vitto nemmeno l’ombra.

Decise di rivolgere le sue preghiere al maestro Schadeli, che ormai si trovava nell’alto dei cieli e non gli negò il suo aiuto. Inviò un magnifico uccello dalle piume variopinte e dal canto melodioso che sveglio Alì dal torpore in cui era caduto. Quindi, attratto dalla bellezza di quell’uccello si avvicinò per guardarlo meglio e arrivato sul posto notò un arbusto con fiori bianchi e frutti rossi: era il caffè.

Da quella piantina riuscì a trarre un ottimo e salutare decotto che, in un certo senso, gli permise di aprire il primo bar della storia. Infatti, grazie alla bevanda poté ospitare dei pellegrini offrendola loro e terminando con ciò la sua triste vita di eremita. Inoltre, i suoi ospiti diffusero la notizia del suo infuso dalle qualità magiche e Omar poté tornare nel regno accolto, ancora una volta, con grandi onori.

L’ultima leggenda è la meno leggenda perché pare riporti alla reale terra di provenienza del caffè: l’Abissinia. La scoperta però sarebbe stata piuttosto traumatica e spoporzionata. Un vasto territorio coperto da piante selvatiche di caffè prese fuoco e l’incendio, propagandosi per decine di chilometri, diede vita alla prima torrefazione naturale della storia. Come si può immaginare  l’aroma si propagò in un ampio raggio, anche a grande distanza dalla zona bruciata.

Passando dalla leggenda alla storia, molte testimonianze concordano sulla diffusione del caffè, come bevanda, nell’Oriente Islamico, già alla fine del XVI secolo. In Italia, invece, la prima “Bottega del Caffè” fu aperta nel 1640 a Venezia, anche se c’è chi sostiene ce ne sia stata una precedente a Livorno. In ogni caso, indipendentemente da chi lo fece prima il caffè ebbe un successo strabiliante in Italia e si diffuse in ogni città italiana.

 

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