Eduardo De Filippo: il ragù non è carne e pomodoro

maccheroni al ragù

Il ragù, etimologicamente, ha almeno due origini. La prima, lessicale, è un adattamento dal francese ragoût, deverbale di ragoûter che, estensivamente, sta per “risvegliare il gusto, l’appetito”. L’altra, tradizionale, deriva da un’antica leggenda napoletana.

Protagonista, un signore medievale che, nel Trecento, dimorava nel Palazzo dell’Imperatore di Costantinopoli, oggi noto come Palazzo Filippo D’Angiò, in via Tribunali a Napoli. Odiato e temuto, era nemico di tutti e tutti evitavano qualsiasi contatto con lui.

All’epoca, la Compagnia dei Bianchi era una confraternita che, con le sue opere di “pace e misericordia” era riuscita ad essere di esempio alla popolazione. I suoi insegnamenti sortivano grande successo nella città partenopea e spingevano molti ad appianare antichi rancori.

Un giorno, i confratelli, percorrendo la città come erano soliti fare, si fermarono davanti al palazzo del signore, con la speranza di essere ricevuti e portare il loro messaggio di pace, ma egli si rifiutò di incontrarli.

Il miracolo dei maccheroni al ragù

 

Nemmeno un miracolo, riuscì a placare il suo livore. Infatti, quando il figlio di tre mesi sfilò le braccia dalle fasce e invocò per tre volte “misericordia e pace”, il padre rimase impassibile e non mostrò alcuna emozione né turbamento.

La sua vita era guidata solo dall’odio e dal rancore. Sua moglie, le aveva provate tutte per intenerirlo, ma senza riuscirci. Quasi rassegnata decise, come extrema ratio, di prenderlo per la gola. Lo fece preparando il piatto preferito del marito: i maccheroni. Ma quando li portò in tavola, si condirono prodigiosamente con un sugo che sembrava sangue.

L’uomo rimase sconvolto e, come San Paolo sulla strada di Damasco, si ravvide e scelse di seguire la strada indicata dalla Compagnia dei Bianchi: si pentì del suo passato, cercò di rimediare e, addirittura, aderì alla confraternita.

La moglie ritenne che questa conversione meritasse di essere celebrata con la stessa portata che l’aveva determinata. Ma, ancora una volta, i maccheroni appena portati in tavola si condirono con quella salsa simile al sangue. In questo caso, però, dopo il turbamento iniziale, il signore sentì un’attrazione irrefrenabile e volle assaggiarla: rimase estasiato.

La ricetta di Eduardo

 

Si rese conto di non aver mai gustato una prelibatezza del genere e stabilì che l’unico nome che potesse renderle un onore adeguato fosse quello del figlio: Raù. Infatti, questo è il nome di questo sugo, in dialetto napoletano.
Nel Ventennio, i fascisti, con la loro ossessione di italianizzare tutto, ritennero il termine ragù troppo esterofilo e decisero di trasformarlo in un disgustoso “ragutto”.

Eduardo De Filippo era uno dei più grandi estimatori del ragù che però, sottolineava, non è una semplice carne con il pomodoro. Ed espresse questa sua filosofia anche in versi con la poesia ‘O raaù. È un’arte, con i suoi segreti, che ogni amante applica e nasconde. La ricetta del grande Eduardo prevede la cottura su una fornacella a carbone, in un tegame di creta largo e basso.

Il sugo deve essere rimestato con una cucchiarella di legno e deve cuocere molto lentamente. Come si dice a Napoli, deve “pappuliare” per almeno sei ore.
La pasta ideale per il ragù sono i paccheri. La scelta della carne è abbastanza ampia, va bene sia quella bovina che quella suina. Però, il massimo si può ottenere solo utilizzando le tracchiulelle, spuntature di maiale, capaci di aggiungere un sapore unico alla prelibatezza del sugo.

Il ragù, pur non essendo più legato a certi aspetti socio-culturali dell’antica tradizione partenopea, rimane una succulenta realtà della cucina napoletana e, nelle zone più antiche del centro storico, è ancora possibile, attraversando qualche vicolo di domenica mattina, essere “investiti” dal profumo indescrivibile del ragù che cuoce.

Lascio un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *