Gioco del lotto, fabbrica di sogni e di miseria

ricevitoria del gioco del lotto

Il gioco del lotto esplode a Napoli verso la fine dell’Ottocento, crea tanti sogni disillusi e persino miseria. Contrariamente a quello che si crede, il gioco del lotto non è nato a Napoli, anzi si è diffuso nella città partenopea solo un secolo e mezzo dopo.

Il lotto per sommi capi, come lo conosciamo noi, è nato a Genova nel 1576. Tuttavia, inizialmente aveva una funzione piuttosto particolare. Serviva per eleggere alte cariche dello stato nella Repubblica di Genova. I partecipanti erano 120 cittadini, selezionati tra quelli che si erano maggiormente distinti durante quel periodo.

Gli eletti dovevano essere 5 destinati a prendere il posto lasciato libero, per scadenza di mandato, da altrettanti membri del Senato o del Consiglio dei procuratori.

Tuttavia, c’era qualche elemento con qualche similitudine al gioco del lotto come lo conosciamo noi. Infatti, i cittadini scommettevano somme di denaro sui nomi di quelli che secondo loro sarebbero stati i vincitori delle elezioni.

Il gioco del lotto arriva a Napoli con l’Unità d’Italia

 

Durante il periodo dell’unificazione d’Italia il gioco si diffuse un po’ dappertutto, sia pure con caratteristiche differenti, ma dove trovò il terreno ideale per attecchire fu Napoli. Infatti, è da questo che nasce la convinzione che il gioco del lotto sia nato a Napoli.

Il carattere fatalista e creativo del popolo napoletano è riuscito a creare una filosofia dei numeri, attribuendo loro un significato. L’evento di cronaca, il fatto curioso di cui si è stati spettatori o protagonisti, qualsiasi avvenimento, a patto di essere ben interpretato, può regalare i numeri vincenti.

I sogni sono una fonte inesauribile di situazioni da interpretare. In qualche caso non c’è nemmeno bisogno di interpretare, infatti, un proprio defunto può apparire in sogno e dare direttamente i numeri da giocare. Da questo deriva, anche, a torto o a ragione e sia pure in maniera indiretta, il carattere superstizioso che viene attribuito ai napoletani.

Connubio tra gioco del lotto e culto dei morti

 

Tra il gioco del lotto e il culto dei morti, piuttosto vivo nella tradizione antica ma non troppo, esiste uno strano connubio. Fino alla metà del secolo scorso esisteva, tra gli strati più ignoranti del popolino, l’adozione di un teschio scelto tra le migliaia presenti nel cimitero delle Fontanelle.

Al proprio teschio venivano dedicate cure molto amorevoli. Veniva ripulito, lustrato e sistemato in maniera idonea all’importanza del ruolo che doveva svolgere: dare all’adottante i numeri per vincere al lotto. Naturalmente, gli veniva concessa tanta fiducia e non si pretendeva che i suoi contatti con l’aldilà fossero immediati. Però, non era illimitata. Dopo un certo periodo senza frutti veniva esautorato e sostituito.

L’interpretazione dei fatti utili a fornire i numeri utili non è semplice. Per i “credenti” è un’arte. Analizzando una situazione, bisogna essere in grado di penetrare il significato nascosto. Esempi esilaranti di questa capacità si trovano nel film di Luciano De Crescenzo: “Così parò Bellavista”.

La Bibbia del lotto è la Smorfia, il libro che permette di attribuire il numero corrispondente ai personaggi del sogno o dell’evento.

Il lotto è riuscito anche ad attirare l’attenzione di scrittori italiani e stranieri, ma chi gli ha dedicato memorabili pagine è Matilde Serao. La scrittrice condanna in maniera decisa il gioco del lotto per la sua cattiva influenza sulla società napoletana.

Per Matilde Serao è l’acquavite di Napoli

 

Nel 1891, con “Il Paese di Cuccagna”, denuncia gli effetti negativi sotto il profilo psicologico e sociale nella realtà della Napoli popolare antica. La Serao si dice convinta che il gioco del lotto non può arricchire chi gioca nella speranza di superare la miseria, anzi, è molto più probabile che lo possa portare a perdere tutto.

La grande scrittrice napoletana aveva già affrontato in precedenza il tema in un’opera precedente: “Il ventre di Napoli” del 1884, dove lo definisce “la fabbrica dei sogni” e l’“acquavite di Napoli”: “Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l’acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto. Il lotto è l’acquavite di Napoli.”

Il lotto non ha sempre avuto vita facile. La Chiesa lo ostacolò, perché lo ritenne un gioco pericoloso e immorale. Quella stessa moralità che spinse Vittorio Amedeo II, nel 1813, ad abolirlo dal suo Regno. Salvo poi legalizzarlo nel 1817 per rimpinguare le casse dello stato che stavano attraversando una fase di grave depressione

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